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Il “Mondo Nuovo” di Alessandro e Mario Diottasi: il fondatore della Comunità Mondo Nuovo e suo figlio raccontano come una vocazione è diventata una vera e propria missione

Redazione di Redazione
27 Novembre 2025
in Diario di Costa
Reading Time: 7 mins read
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Il “Mondo Nuovo” di Alessandro e Mario Diottasi: il fondatore della Comunità Mondo Nuovo
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Emilia Filocamo

Mi piacciono le persone che amano svegliarsi presto: i giorni hanno tutto un altro sapore se iniziati subito, quando molti insistono ancora a letto. Forse è impazienza di cominciare, è non saper aspettare, indugiare, è la volontà di arrivare a fine giornata con molte cose portate già  a termine, o  forse è soltanto  abitudine. Certo è che questo elemento accomuna me e il protagonista dell’intervista, Alessandro Diottasi, fondatore e presidente,  deus ex machina della Comunità di recupero Mondo Nuovo con sede in provincia di Viterbo. Un’intervista che in realtà può essere paragonata ad una partitura a due voci: quella che conduce la chiacchierata sin dalle prime battute, è la voce di Alessandro Diottasi, la seconda è quella di suo figlio Mario.

Di Alessandro Diottasi colpiscono subito l’entusiasmo, l’energia, la schiettezza, la serenità di un uomo che è abituato da anni ad affrontare una realtà tortuosa, non sempre vincente ed estremamente complessa come quella del recupero dalle tossicodipendenze, spesso costretta a scontrarsi con strade che sembrano più agevoli ma che in realtà non forniscono il risultato sperato. Non ha mezzi termini, non indugia Alessandro Diottasi, non ha scorciatoie tantomeno frasi ad effetto, è diretto e preciso, sincero, onesto. Ogni sua risposta, dritta come una freccia che è incapace di mancare il bersaglio, è intervallata da un suo invito: “ Vieni a vedere la Comunità, vieni a vedere di cosa si tratta e capirai”. Tutta l’intervista sarà dunque giocata sulle due voci dei diretti protagonisti, voci che non si accavallano, non si sovrappongono ma che, armonicamente, riescono a raccontare una realtà straordinaria fatta di passione, sacrificio e volontà.
Signor Diottasi, cosa vuol dire fare ogni giorno quello che fa lei? Che tipo di sacrifici, responsabilità ma anche soddisfazioni comporta?
Alessandro Diottasi: Ripeto spesso che sono stato scelto, forse perché la morte di una persona cara per droga mi ha segnato e mi ha spinto a guardarmi intorno e a rendermi conto del problema. Il primo requisito è avere pazienza, poi bisogna instaurare un rapporto di fiducia  e di amicizia, fondamentale per dialogare e per iniziare il percorso. All’inizio la nostra comunità contava solo 4 ragazzi: due sardi, un romano ed un ragazzo del nord. La struttura, in provincia di Viterbo, agli esordi, era davvero piccola, poi si è ingrandita. Oggi contiamo circa 50 persone. Numeri che sarebbero anche più elevati se non riscontrassimo troppo spesso l’ostracismo da parte delle strutture pubbliche che preferiscono altre vie, non certo definitive e   risolutive.
Mario Diottasi: Mio padre ha subito un cambiamento improvviso. L’episodio legato ad una persona cara morta per droga ma soprattutto l’intervento di un amico di infanzia che era ugualmente tossicodipendente che lo ha letteralmente spronato ad aiutarli, sono stati fondamentali. E’ un uomo di talento: bambino prodigio della musica, operaio e  sindacalista già a 24 anni,  abituato a difendere i diritti e ad essere combattivo. Poi, come mia madre mi ha sempre raccontato, improvvisamente ha deciso di lasciare quello che faceva per dedicarsi agli altri, ha lasciato le lotte sindacali e ha cominciato a visitare le poche comunità di recupero già esistenti, parliamo del 1978. Dai primi tentativi a una piccola casa diroccata di Montalto di Castro, così è iniziato tutto. Come ha già detto mio padre, siamo partiti con 4 ragazzi per poi arrivare a quasi 150 persone.
Signor Diottasi, ci racconta come si svolge una giornata tipo in comunità? I ragazzi si svegliano intorno alle 06.00 e sono  già praticamente  pronti. Poi c’è ovviamente la colazione e cominciano le varie attività, dalla falegnameria agli altri impegni che si estendono lungo tutta la giornata. Dopo il pranzo, ciascuno ha delle responsabilità personali da svolgere e poi  prende parte alla riunione quotidiana, obbligatoria per tutti. Non è solo un resoconto di quanto avvenuto  durante la giornata e di quanto fatto ma anche il momento  ideale per esporre i propri problemi, per ascoltare e per  sostenere. Ovviamente oltre a questi incontri di gruppo, sono previsti anche incontri individuali per i quali  ci avvaliamo della presenza di un terapeuta ma anche di uno psicologo.
 
Mario Diottasi: Mi collego al discorso per indicarti le attività, che sono molteplici: abbiamo un laboratorio di serigrafia e litografia, produciamo biscotti, ma anche miele ed olio. Un aspetto importante è quello agricolo, grazie alle novità dell’otto per mille che ormai includono anche le comunità terapeutiche, contiamo di focalizzarci ulteriormente sull’aspetto agricolo con corsi di formazione ad hoc nel settore e con  investimenti che prevedono anche l’acquisto di macchine agricole.
Il legame che si crea con le persone che entrano nella comunità immagino abbia delle regole precise. Cosa bisogna sicuramente evitare?
Alessandro Diottasi: Più che cose da evitare, posso dirti quali sono le cose necessarie. Innanzitutto unire le persone, favorire l’affiatamento dei ragazzi e poi ripulirli e disintossicarli immediatamente da tutto per cominciare ad intraprendere il percorso verso una vita diversa.
Qual è la tipologia di persone che arriva in comunità? Età, estrazione sociale?
Alessandro Diottasi: Sicuramente si tratta di persone che non hanno una situazione sociale o economica facile. Per l’età,  ormai la forbice si è allargata ai 40/50 anni ma capitano anche persone più giovani, tra i 18 e i 21. Prima l’età media era intorno ai 27 anni. Adesso arrivano in comunità tra i 40 e i 45 anni perché prima sono in cura presso il servizio sanitario .
Nel corso degli anni, come è cambiato l’utilizzo e la diffusione delle varie droghe?
Alessandro Diottasi: prima c’era molta eroina, adesso soprattutto cocaina e crack, micidiali se mescolati con cocktail di farmaci e di prodotti sintetici. Adesso sono anche più facili da acquistare, perfino con 10 o 20 euro, prima era assolutamente impensabile con cifre simili.
Mario Diottasi: La lancetta si è spostata su cocaina e crack ma anche gli stessi cannabinoidi, il cui principio attivo un tempo era molto basso, adesso arrivano fino al 20/29% di principio e sono quindi molto più dannosi per il cervello. L’eroina per certi aspetti uccide fisicamente ma lascia il cervello intatto, non è lo stesso per crack e cocaina. I giovanissimi che arrivano da noi in comunità sono davvero pochi perché di solito accedono al servizio sanitario, vengono curati con una terapia farmacologica e poi si rivolgono a noi  quando ormai sono troppo gravi e necessitano di una struttura a doppia diagnosi, ossia una struttura in cui si interviene sia sulla dipendenza che sulla cura.
Alessandro Diottasi si arrende mai?
Alessandro Diottasi: E come potrei? Li considero  tutti miei figli, anche se qualcuno è ormai adulto da tempo. Ciò che mi colpisce sempre è che anche persone di 50/60 anni, a causa dell’uso delle sostanze, hanno uno sviluppo emozionale bloccato all’età della prima assunzione di sostanze, dunque a molti anni prima.
La sua più grande sconfitta e la sua più grande vittoria?
Alessandro Diottasi: Non vivo mai le cose come una sconfitta ma solo come esperienza a livello personale. Vittoria è ogni volta che  un ragazzo termina il percorso, che non abbandona, perché so che ha finalmente capito come deve stare al mondo.
 
Seguite  i ragazzi anche dopo l’uscita dalla comunità? Li aiutate anche nel percorso lavorativo?
Alessandro Diottasi: Certo. Generalmente chi arriva in comunità  ha già una esperienza lavorativa alle spalle, non si tratta certo di “figli di papà”. Tuttavia teniamo corsi  di formazione, di specializzazione con attività giornaliere che, come accennavo prima, prevedono vari laboratori.
Mario Diottasi: i ragazzi hanno la possibilità di prendere brevetti HACCP o di primo soccorso,  vengono messi in contatto con i fornitori per cercare lavoro oppure li assumiamo  in comunità  con progetti ad hoc per reintegrarli nel tessuto sociale.
 
Signor Diottasi, quando sarà davvero un Mondo Nuovo? 
Alessandro Diottasi: Questa è pura utopia. Il Mondo Nuovo è quello che ognuno di noi si ricostruisce dentro, poi comportandosi nel modo giusto,ciascuno può dare il proprio contributo alla società. Ho tante testimonianze di quello che i nostri ragazzi sono riusciti a realizzare una volta disintossicati ed usciti dalla comunità: qui c’è tanta gente con competenze, talento e  professionalità.
L’intervista con Alessandro Diottasi si chiude qui, ma Mario, suo figlio, ha ancora tanto da raccontarmi e credo che quanto scritto non potrà mai essere sufficiente a contenere tutta la loro ricchezza in termini di dedizione, generosità, esperienza.
Mario Diottasi: Mio padre non era credente:  è stato proprio un ragazzo affetto da tossicodipendenza che gli ha fatto scoprire la fede, tra l’altro non apparteneva alla comunità. A seguito di questo incontro, è   diventato diacono nel 2007 e poi  è stato anche insignito dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica. Da non credente ha sicuramente messo in pratica tanti passi del Vangelo.
Ripenso a queste ultime parole, ad una testimonianza vera, viva, fatta non di parole, di proclami, di progetti che non hanno gambe e non hanno futuro, ma di azioni, di persone che si dedicano e vincono, che passano giornate intere ad ascoltare, a tentare, ad aiutare, sostenere, guarire, che magari falliscono anche ma che da quel fallimento risalgono più forti e convinti di prima, più caparbi.
E allora non è difficile credere nella speranza, sorridere e sapere che un mondo nuovo è possibile, perché esistono persone come Alessandro e Mario Diottasi. E allora converrete con me che, con esempi simili,  questo mondo, quello che abbiamo davanti tutti i giorni, troppo spesso ingiusto, spietato, scorretto, forse non fa più così paura.
Emilia Filocamo
Redazione

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