
Un’intervista che doveva essere prevalentemente incentrata sulla menzione speciale per la regia ottenuta dall’attore e regista teatrale Francesco Branchetti al Premio Internazionale Donnafugata che si terrà presso il prestigioso Teatro Pirandello di Agrigento il 12 dicembre prossimo, si trasforma in una riflessione ben più ampia e profonda sul teatro, sulla fiducia nell’altro intesa come atto di coraggio, sulla necessità di invertire la rotta dei canoni precisi che identificano la tipologia di pubblico che frequenta il teatro.
Con Francesco Branchetti, vulcanico ed instancabile regista e attore di teatro, è normale partire da un argomento e spaziare in un ambito molto più ampio. La sua esperienza teatrale, la sua passione, autenticità e schiettezza nel descrivere un mondo che gli appartiene per natura, dedizione e per talento, sono di portata così consistente che necessitano di “ straripare” e raggiungere altri campi. L’occasione per questa chiacchierata su teatro e dintorni ci viene dunque offerta dal Premio Internazionale Donnafugata: data dell’evento il 12 dicembre prossimo, location, il santuario del teatro, come lui stesso lo definisce, il Pirandello di Agrigento.
Francesco, ci racconti il premio Donnafugata e quando e come hai ricevuto comunicazione della tua menzione speciale? 

Si tratta di una menzione speciale per la regia. Sono ovviamente felice perché arriva da una direzione artistica stimata e prestigiosa per cui ringrazio Francesco Bellia, patron del premio che celebra l’eccellenza artistica, musicale e culturale. Il cast completo dei premiati sarà poi rivelato ufficialmente il prossimo 3 dicembre presso la Camera dei deputati. L’evento avrà luogo il 12 dicembre presso il Teatro Pirandello di Agrigento ed è una grande emozione poter tornare in una location che può, a buon diritto, essere definita il tempio del teatro. Inoltre è un premio che negli anni scorsi è stato dato a personaggi di grande rilievo. Considero i premi fondamentali per il teatro, specialmente in un periodo così critico. I premi ribadiscono, quasi urlano, che il teatro è vitale e che deve rimanere fisso nell’agenda del cittadino, incoraggiano e fanno capire che ciò che si sta facendo è giusto e, soprattutto, non massificano, non livellano ma evidenziano delle differenze. Potrebbe sembrare che oggi a teatro può andare bene un po’ tutto ma non è così.
C’è una persona in particolare, che ti è accanto o del passato, a cui senti di dover dedicare questo riconoscimento?
Senza dubbio ad Isabella Giannone, la mia compagna di vita, mia moglie, che è sempre stata al mio fianco, nei momenti di grande soddisfazione o di difficoltà, sempre presente in un cammino bellissimo ma anche complesso.
Conosciamo un po’ tutti le difficoltà che stanno affrontando sia il cinema che il teatro. Spesso leggiamo di teatri che chiudono e altre notizie non proprio incoraggianti. Cosa sta accadendo?
Sono convinto che il pubblico vada riavvicinato al teatro. Di solito il pubblico destinato al teatro è sempre stato “targettizzato”: una certa età, affezionato agli abbonamenti e così via. Il teatro del futuro deve essere il teatro di tutti e per tutti, uscire fuori dai canoni: è fondamentale che il pubblico cambi per evitare che si intraprenda un percorso irreversibile. Serve un cambiamento radicale in questo periodo cupo in cui tanti teatri chiudono e il cambiamento deve cominciare proprio da chi fa teatro.
Prossimi progetti, lavori?
Sarò in scena con due spettacoli con Barbara De Rossi. Il primo è Malena e il Tango e l’altro Made In Italy. Poi riprenderò la tournee dell’Onorevole, il Poeta e la Signora che mi vede anche attore accanto a Lorenzo Flaherty. E ancora saremo in scena con Amore e Amori con Matilde Brandi, un’opera divertente sulla chimica dell’amore, nel vero senso della parola, perché analizza il rapporto tra uomo e donna sulla base di formule chimiche e componenti, elementi. Poi avrò altri 3 spettacoli a fine stagione di cui non posso anticipare ancora nulla: posso soltanto dire che coinvolgeranno grandi nomi. Mi ritengo molto fortunato perché posso passare da uno spettacolo all’altro.
Il teatro accompagna la tua vita costantemente: ti ha mai deluso oppure continui a fidarti ciecamente?
Il teatro in sé non mi ha mai deluso: mi ha deluso negli ultimi anni il modo in cui si sono avvicinati i giovani al teatro, che non è più quel carrozzone di sogni che amo ma un’accolita di persone che prendono senza dare. Il teatro è sempre stato meraviglioso nel suo essere variopinto ma anche clamorosamente generoso, un aspetto che a mio parere in questo momento si sta perdendo. E’ difficile trovare chi collabora e chi crede in questa visione. Il periodo Covid non ha certo aiutato, la gente ormai ha paura e il teatro vive di fiducia, è una creatura corale che vive di collaborazioni. Dico sempre che la fiducia è il più grande atto di coraggio di un essere umano perché non fidarsi è la cosa più semplice del mondo. Credere dell’altro impone coraggio ma è anche il primo passo verso una società generosa.
Avevo avvertito che questa intervista, da una menzione speciale e da un premio teatrale, sarebbe andata ben oltre, trasformandosi in una riflessione di vita.
Ma era inevitabile conoscendo la passione e la sensibilità di Francesco Branchetti, il suo vivere per il teatro completamente, come se fossero tutt’uno.




















