La notizia è nel titolo e perciò posso affermare, senza ombra di dubbio, che tocca a me parlarne. Per il dovere di fare uscire ancora una volta dalla penna, ma senza l’entusiasmo necessario, l’inchiostro dello storico di questa località turistica che caratterizza ancora, ma non si sa fino a quando, la montagna italiana.
Perché Castel di Sangro, nonostante la sua ridotta altezza, sotto gli occhi degli inermi roccolani, la sta surclassando.
Manca poco a quel giorno del 1949 che precedette il Natale, quando un ometto, ma solo di statura, oso immaginare in abito scuro, gilet e un bell’orologio lì appeso, si apprestò ad aprire il secondo albergo di Roccaraso che aveva ricostruito dopo il Conflitto Mondiale.
L’Albergo Reale lo aveva preceduto dall’altra parte del Viale Roma due anni prima, ricevendo le pietre e il nome di quello distrutto.
C’è un aneddoto che ha segnato la costruzione dei due alberghi e lo voglio ribadire, ma soprattutto rivelare a chi oggi, non avendone coscienza, chiede ai roccolani energia, vitalità, rinnovata intraprendenza nell’ambito dell’ospitalità turistica del proprio paese. Lui quell’ometto, queste doti le aveva tutte e ancor di più. E se per giusta quindi, ed ampia riconoscenza si volesse intitolargli qualcosa di indelebile, si farebbe opera meritoria, perché troppi personaggi “a noi estranei” pullulano e caratterizzano le strade di Roccaraso.
Se tornassimo indietro nel tempo, in quei giorni delle feste natalizie, e volessimo ricamare un logo sul taschino del primo portiere del Grande Albergo, appena ricostruito dalle ceneri del blasonato Albergo Reale, sede della vacanza del piccolo Re Juan Carlos di Borbone, potremmo, dovremmo riprodurre Willys, la Jeep dell’esercito americano.
Direte voi che c’entra, se il precedente hotel era addirittura blasonato, regale, dal nome Reale? Ci dovrebbe apparire qualcosa di più attinente! Ebbene c’entra proprio tutta su quel taschino, Willys.
Nella primavera del 1946, a guerra appena terminata, il Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola venne a visitare la Roccaraso che non esisteva più. Salì tra le macerie della Chiesa Madre diruta, posta da secoli nel punto più alto del paese, dove aleggiava ancora fumante la polvere delle teutoniche mine.
Guardò intorno e giù ai suoi piedi vide ciò che rimaneva dell’antico paese, solo macerie, restò turbato innanzi a tale sfacelo. Roccaraso, la bella Roccaraso, nota per lo sci e per la sua raffinata ospitalità non c’era più, i soldati tedeschi l’avevano disintegrata; i sette alberghi giacevano a terra inermi e tra essi il Reale.
Quando De Nicola si girò e scese le scale dell’altare violato si trovò davanti quell’ometto, che alla sua domanda, se avesse bisogno di qualcosa in particolare, questi gli rispose prontamente: <<Una Jeep Presidente, che funzioni, mi raccomando!>>.
Il Presidente si trovò smarrito, pensò di non aver capito. Ma si rese conto di aver capito bene quando arrivò la precisazione della richiesta: <<Una Jeep per tirare su il materiale per ricostruire il mio albergo, e gli altri, uno per ogni figlio>>. Quell’omino, appunto, si chiamava Gregorio Cipriani, detto Papitto, e invitò il Presidente per l’anno successivo a soggiornare nel nuovo Albergo Reale, che sarebbe sorto dall’altra parte del viale utilizzando le macerie del precedente.
La Jeep arrivò presto e iniziati i lavori la guidava abilmente Manlio D’Amico di Castel di Sangro, in zona da tutti conosciuto con il soprannome di “Trallallero” per la sua proverbiale giovialità.
La Jeep recava legata nel didietro una lunga e robusta corda che insieme al cerchione di una ruota formavano una funzionante carrucola per tirare piano per piano i materiali per costruire il primo albergo e il secondo, dal nome altisonante: Grande Albergo.
Il Grande Albergo fu completato nel 1953 con l’aggiunta di un pezzo mancante. Nello stesso anno fu rimodernato pure il Trampolino di salto e il buon Gregorio Cipriani volle sostenere un trofeo che negli anni vi si svolse.
Lasciamo perdere Lucky Luciano. Un ospite famoso e vale per tanti altri che vi soggiornarono fu Omar Sivori e poi il Lecce di Mazzone, il Perugia di Gaucci, il Pescara di Galeone e la Lazio di Eriksson.
Ma la clientela numericamente rilevante fu quella facoltosa napoletana e molti di questi ospiti vi giungevano solo per dedicarsi interamente al gioco delle carte. Per un certo periodo dei primi anni ’60 funzionò anche una specie di baby casinò, debitamente autorizzato. Insomma il Grande Albergo è stato al centro dell’attività di ospitalità di Roccaraso e l’ha caratterizzata fortemente.
Una prelibatezza culinaria che contraddistinse l’albergo fu il “Bignè di Nonna Mena”, preparato dalle abili mani pasticciere della moglie di Gregorio e tramandato fino a giungere a quelle di Antonella, moglie di Armando, ultimo della dinastia, proprietario e gestore della prestigiosa struttura.
Oggi questo albergo non funziona più, già dal 2019 ha chiuso i battenti e qualche mese fa è stato venduto. È finito, e ovviamente, come si può semplicemente intendere è che con lui se ne sta andando quell’ospitalità turistica che ha posto Roccaraso per oltre un secolo tra le migliori mete della montagna italiana.
Con l’addio al Grande Albergo, che pare ci sarà in primavera, il futuro di Roccaraso non promette nulla di buono, perché le notizie pseudoturistiche ammalianti che giungono ogni giorno promettono solo cemento destinato ad aggredire il territorio che presto e definitivamente diventerà solo un deserto di inutili seconde case.
Altri alberghi sono in vendita e così facendo Roccaraso è giunto a un passo dal baratro turistico.
Ugo Del Castello













