Lucio Pastore, ex responsabile del Pronto Soccorso dell’ospedale di Isernia, invita a una riflessione critica sulle scelte politiche ed economiche compiute negli ultimi decenni, a partire dalla sanità.
Nel 1978, con l’approvazione della legge 833, l’Italia affermò un principio fondamentale: il diritto universale alla cura, garantito a tutti i cittadini attraverso il Servizio Sanitario Nazionale. Una conquista storica, che tuttavia – ricorda Pastore – fu accompagnata dall’introduzione di un elemento destinato nel tempo a modificarne profondamente l’equilibrio: il sistema del privato convenzionato.
Questa norma consentì a soggetti privati di accedere agli stessi fondi pubblici destinati al funzionamento della sanità pubblica. Il risultato è un meccanismo semplice ma incisivo: più risorse vengono dirottate verso il privato convenzionato, meno ne restano per il servizio pubblico. Un vero e proprio “cavallo di Troia” che, secondo Pastore, ha progressivamente indebolito la sanità pubblica, favorendo una privatizzazione strisciante del sistema salute.
Il rischio non è solo organizzativo, ma sociale: il privato, per sua natura, risponde a una logica di profitto e non primariamente ai bisogni collettivi. Questo rende l’accesso alle cure sempre più difficile per le fasce di popolazione meno abbienti. Non a caso, oggi i cittadini italiani spendono circa 50 miliardi di euro all’anno per curarsi e un numero crescente di persone rinuncia alle cure per motivi economici. Il passo successivo, avverte Pastore, potrebbe essere l’obbligo di una assicurazione sanitaria privata integrativa.
Questo stesso modello si sta estendendo ad altri settori chiave dello Stato sociale, come la scuola e l’università. Anche qui si assiste a un aumento delle strutture private e a un progressivo trasferimento di fondi pubblici verso il privato, accompagnato da una lenta ma costante dequalificazione dell’offerta pubblica.
Guardando agli anni Ottanta e Novanta, il quadro si amplia ulteriormente: banche, industrie, infrastrutture strategiche ed energia sono state privatizzate, spesso vendute come inevitabili o persino benefiche, alimentando l’idea che il privato fosse efficiente e il pubblico inefficiente per definizione.
Ma la domanda centrale resta aperta: questi processi di privatizzazione hanno davvero migliorato la vita dei cittadini? Sono cresciuti i redditi delle famiglie? È diminuita la precarietà del lavoro? La società è oggi più equa e sicura?
Da queste domande nasce l’appello di Pastore: aprire un dibattito pubblico serio e libero da slogan, capace di interrogarsi sui risultati reali delle scelte compiute e, soprattutto, di immaginare nuove forme di organizzazione sociale che rimettano al centro i diritti, l’uguaglianza e l’interesse collettivo.













