In una sala particolarmente gremita, tra ospiti ed autorità religiose e civili, l’opera di mons. Franco Pezzota, Munhufuni Dje Dhe Sot, è stata presentata al pubblico. Una fatica letteraria non semplice, che racconta storia, memoria, attualità e cultura di un piccolo paese arbëreshe Hora, situato sull’apice di una collina del primo entroterra molisano partendo dalla costa. Qui, oltre cinque secoli fa, si sono insediate
popolazioni provenienti dall’altra sponda adriatica, richiamate dalla Regina Giovanna d’Aragona per la sicurezza del feudo dotale di Guglionesi.
Pochi anni dopo, a seguito della permuta del feudo le genti convenute furono mandate dall’Università cittadina a ripopolare i casali del circondario. Montecilfone nasce così e prende nome dalla trasformazione di un antico toponimo di origine longobarda. Gli arbëreshë in realtà, nel caso di Montecilfone, non hanno ripopolato ma hanno fondato un nuovo paese che nella loro lingua era ed chiamato Hora e ben presto, con laboriosità ed acume hanno creato importanti presidi territoriali integrati senza perdere le peculiarità linguistiche per le quali oggi sono annoverati tra le minoranze linguistiche del patrimonio culturale italiano riconosciuto dalla Costituzione italiana, dallo Statuto regionale e dalle norme vigenti.
La vivacità della comunità, le tradizioni, la vita sociale, gli usi, i costumi, le feste, i culti perpetrati nel corso del tempo e soprattutto nel periodo storico coincidente con quello della missione sacerdotale del parroco, ancora molto attivo nella comunità, sono la sostanza della raccolta che in tre tomi di oltre 1500 pagine inseriti in un elegante cofanetto, raccontano la vivacità culturale della comunità bilingue.
L’arbëreshe che da lingua del focolare e di ristretta cerchia perché considerata minore, assume con le iniziative culturali la dignità precipua di lingua dotta e che, pur modificata nel corso dei secoli e contaminta dai dialetti meridionali della macro regione napoletana e ovviamente dall’italiano, rimane una delle più importanti derivazioni dell’antico illiro e per questo studiata da linguisti e ricercatori di ogni parte del mondo.
Tantissimi i partecipanti all’evento di presentazione, tra questi le autorità regionali con il presidente della Giunta Francesco Roberti, del Consiglio Quintino Pallante, dell’assessore Michele Marone, del Vescovo della diocesi di Termoli Larino Claudio Palumbo, del sindaco Giorgio Manes, degli amministratori, del presidente del Consiglio con delega alle minoranze linguistiche Antonio Forcione, di Simona Contucci, sindaco di Montenero di Bisaccia, paese di origine del parroco, di presidenti e componenti di associazioni, di cultori della storia del paese, animatori e protagonisti della comunità. Interessanti gli interventi dei relatori del prof. Mario Moccia docente, scrittore, saggista, di Fernanda Pugliese in rappresentanza della rivista Kamastra e lo stesso vescovo della diocesi S. E.Claudio Palumbo.
Una moderazione dei lavori egregia, curata nella ricchezza dei dettagli dall’ins. Carmela Moccia preceduta da un discorso di introduzione molto efficace ed esauriente illustrativo del contributo importante per la realizzazione dell’opera, anche per la difficoltà di stesura dei testi suddivisi per argomenti e per la collocazione del bellissimo e ricco apparato iconografico. Il paese e la sua gente, il primo volume; tradizioni, folklore e canti il secondo; la ristampa anastatica del libro ‘Gli Albanesi di Montecilfone’ di Matteo Giorgio Di Lena, il terzo volume.
Il libro sulla topono
mastica di Montecilfone di Carlo D’ Angelo, integralmente trascritto, è stato inserito nelle pagine del primo volume completando l’aspetto urbanistico, demaniale e dell’agro di Montecilfone. L’evento di presentazione ricco di contributi è stato intervallato dalla interpretazione di brani d’opera classica e di canti tradizionali arbëreshe tra i più importanti del repertorio, dalla voce inconfondibile della soprano Antonella Pelilli accompagnata dal musicista Francesco Cipullo.
Momenti di elevato spessore artistico e culturale che hanno toccato il cuore dei partecipanti e di chi vive la comunità nella logica dell’armonia e della condivisione che non ha appartenenza. Con il botto la chiusura dell’evento a cura dell’autore don Franco che nel suo discorso conclusivo è stato molto brillante, accompagnando il suo dire a spunti di simpatica ironia.
Tra serio e faceto ha spiegato le motivazioni che lo hanno spinto a realizzare un lavoro non semplice e non dissimile da ogni altra iniziativa portata avanti nel suo lungo periodo di esercizio sacerdotale in una comunità complessa. Alla stessa ha saputo dare senso e valore con l’entusiamo e la fantasia di chi sa interpretare il ruolo del sacerdote che non è solo celebrazioni liturgiche a sé stanti ma animazione, cura, esaltazione del bello e valorizzazione del patrimonio immateriale e materiale.
Una chiusura brillante con parole di riconoscenza per i diversi collaboratori e che ha registrato un assalto ai libri e al firma copie sulla prima pagina del primo volume dell’ antologia pubblicata nelle edizioni 2026 dalla Tipografia Lampo srl di Ripalimosani.











