Nunzio Marcelli, allevatore ovino di Anversa degli Abruzzi, interviene con parole nette in difesa della pastorizia. Secondo Marcelli, gli attacchi al settore sarebbero spesso guidati da “ricerca di visibilità e consenso”, più che da una reale conoscenza del mondo agricolo e delle sue dinamiche.
L’allevatore della Valle del Sagittario sottolinea come la pastorizia rappresenti una pratica millenaria, alla base dell’insediamento umano in molte aree montane. “Non si tratta solo di allevamento — sostiene — ma della cura di una specie addomesticata che, senza l’uomo, difficilmente sopravviverebbe”. Un rapporto, quello tra uomo e animale, che secondo Marcelli viene spesso semplificato o frainteso nel dibattito pubblico.
Al centro della sua riflessione c’è anche il ruolo sociale ed economico della pastorizia. In territori marginali e spesso soggetti a spopolamento, questa attività continua a garantire presidio, lavoro e manutenzione del paesaggio. “Colpire la pastorizia — afferma — significa dare un colpo decisivo alla vitalità di questi luoghi”.
Non manca, nella sua posizione, una critica alla politica e alle istituzioni. Secondo l’allevatore, esiste una contraddizione tra il riconoscimento formale di pratiche come la transumanza — celebrata anche a livello internazionale — e la mancanza di strategie concrete a sostegno di chi la pratica quotidianamente. “Non basta dichiarare un patrimonio — osserva — se poi si abbandonano a sé stessi coloro che lo mantengono vivo”.
Il dibattito resta aperto e complesso. Da una parte emergono istanze etiche sempre più diffuse nella società; dall’altra, la difesa di un sistema produttivo che si intreccia con cultura, ambiente e identità territoriale. In mezzo, consumatori sempre più chiamati a scegliere, spesso senza avere piena consapevolezza delle implicazioni.
E mentre le tavole pasquali si preparano, il confronto tra tradizione e cambiamento continua a interrogare non solo le abitudini alimentari, ma anche il futuro delle aree interne e dei mestieri che le tengono in vita.
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