Quando ero bambino i roccolani lo chiamavano Colle Calvario, poi, quando ho iniziato le ricerche sul periodo di guerra del ‘43, leggendo una mappa a Venticinquemila ho scoperto che era definito Colle Tre Croci. All’epoca, alla sua base non c’era niente, solo un piccolo terreno agricolo particolarmente fertile.
Ci tornai e poi vi dico perché. L’amico Riccardo Rucci, più anziano di me, mi aveva raccontato che in cima al Colle, che domina la strada statale che sale da Castel di Sangro, i tedeschi vi avevano impiantato un posto di osservazione con una stazione radio. Trovai una grande buca ed alcuni camminamenti scavati nella roccia, che il bosco d’intorno stava colmando.
Nel dopoguerra il Comune trasferì sul piccolo terreno ai suoi piedi il nuovo cimitero di Roccaraso. Chi sale quel centinaio di metri del Colle, lungo la stradina che si arresta al luogo denominato Val Canale, trova un cippo in pietra con la scritta “Bosco dell’Impero”; fu piantumato nel periodo fascista.
E lì d’intorno persa tra gli arbusti c’è la base di cemento che sorreggeva, appunto, tre croci.
Ecco, ci tornai, perché ai tempi delle scuole elementari su quel colle calvo si svolgeva la Festa degli alberi, e i roccolani, memori di quelle piante che i tedeschi avevano tagliato anche in quel posto per far fronte alle loro necessità di guerra, vollero ripetere per qualche anno la piantumazione.
Forse per dimenticare o forse per ricordare quella che nell’autunno del ’43 si era rivelata una dissacrazione del
nostro luogo sacro dedicato alla morte del Signore.
Tutto questo per dirvi che fino a quel fatidico anno 1943 anche a Roccaraso il Venerdì santo si svolgeva la sacra rappresentazione della crocifissione di Gesù. Lungo il sentiero che all’epoca conduceva in quella zona c’erano due fermate, caratterizzate, la prima da una croce, la seconda da due, a significare le cadute che ebbe Gesù per il peso della croce che portava sulle spalle.
E per diversi anni il figurante che lo rappresentava era un omaccione alto e forte, dal carattere ribelle, al punto che lo chiamavano “Angelucc ‘u Arabb”. Angelo l’arabo.
Quel 1943 costituì per Roccaraso un momento di rottura della sua esistenza, perché al rientro dallo sfollamento la popolazione, stremata e priva delle abitazioni che i tedeschi avevano completamente rase al suolo, insieme a sette alberghi, dovette ricostruire ogni cosa. E in tutto quel da farsi, dimenticò la sua storia, dimenticò ogni tradizione da tramandare alle future generazioni, complice in contemporanea la repentina rinascita turistica che obbligava i roccolani proprio in quei giorni particolari ad accudire i turisti e gli sciatori per godere dell’ultima neve.
Anche il teatro del 1698 era finito in macerie e con esso la Filodrammatica Sant’Ippolito della quale mio padre fu l’ultimo direttore. E così era finito anche il punto di riferimento di molti concittadini dove esprimevano le proprie capacità recitative, della quale anche ‘u Arabb faceva parte.
Buona Pasqua da Ugo Del Castello



















