Se si ricorda che la gran parte degli artisti europei per almeno centocinquant’anni, fine 1700-prime decadi del 1900, hanno dipinto e illustrato pecorai e pifferai e zampognari e briganti e donne col tamburello o il bambino in testa o in braccio e di regola pagandoli, non facendosi pagare come di solito è la norma, allora scocca apertamente una realtà fuori del comune.
Se poi si considera che queste creature sono le ultime nella scala sociale, equiparate ai mendicanti, allora evidente la eccezionalità della situazione e cioè il particolare, pertanto fenomenale aspetto, che è la prima volta che gli ultimi della società non solo vengono pagati per ritrarli quanto appaiono in primo piano nell’opera pittorica, come non mai visto prima, al posto delle scene accademiche di nobili e regine o mitologiche con veneri e apolli, ecc,! ora sono diventati addirittura i protagonisti!
E in che cosa risiede il motivo e la ragione di tale infatuazione quasi collettiva da parte degli artisti europei? Siccome la pagina di storia che stiamo ricordando si è scritta, inizialmente, fine 1700-inizi 1800, a Roma, si immagini una strada cittadina in quegli anni in un giorno qualsiasi: preti monaci e monache, sagrestani, orfanelli e orfanelle e chierichetti e pellegrini in quantità, nobili e cardinali e servitù in processione pure in quantità e in mezzo a loro anche quelle creature, in gran parte venute dalla Valcomino, l’ultimo lembo di Terra di Lavoro borbonica, che
abbiamo menzionato cioè i pezzenti della società, coperti di stracci colorati quali vestiture e scalzi o, alcuni, con un pezzo di pelle sotto il piede legato con filacci attorno al calcagno.
La vistosità ed esuberanza dei colori delle misere vestiture risaltavano e si imponevano in mezzo alla folla amorfa e incolore, basti rendersi conto che non si vedeva un rosso uguale all’altro o un marrone uguale all’altro…Una autentica sinfonia di tonalità. E avvenne il prodigio, l’innamoramento collettivo dei giovani artisti per questa umanità “azzuppata” nei colori, come avrebbe scritto una penna perspicace del FATTO QUOTIDIANO e iniziò un rapporto che a Roma durò tutto il secolo e che allo stesso tempo si estese a Parigi, a Londra, a Monaco…con successo ed evoluzione enormi fino alle prime decadi del 1900.
Gli stracci colorati tinti in casa con le erbe e ingredienti che si rinvenivano nei campi come pure quelle specie di calzature ai piedi, progressivamente evolsero nel celebrato costume ciociaro (ecco il nome!) quale documentato dalla veramente immensa produzione artistica. Se poi aggiungiamo a siffatta attenzione degli artisti europei la realtà che, senza citare H.Vernet, Schnetz, Navez, Coignet, Michallon, L.L.Robert, anche i titani dell’arte dell’epoca hanno illustrato queste creature cioè Degas, Renoir, Corot, Manet, Cézanne, Leighton, Sargent, Whistler, Matisse, Rodin, Briullov, Leighton, Sargent, Whistler, Van Gogh, Picasso, perfino i Futuristi Severini, Boccioni, Scipione alcuni mesi a Collepardo, Depero …..e non c’è nessun altro soggetto nell’arte occidentale che possa vantare tali firme, eccetto Cristi e Madonne nei secoli precedenti!
Allora si pone la domanda: come si spiega che un soggetto di tale entusiasmo e quasi fanatismo generali durati quasi un secolo e mezzo, visibile nella gran parte dei musei e pinacoteche del pianeta, in effetti oggi ancora non si conosca e non si sappia come si chiami?
A parte talvolta la dicitura ‘italienne’ ve ne sono altre venti che vengono impiegate e connotate: tradizionale, regionale, romano, laziale, napoletano, abruzzese, romanesco, savoiardo, siciliano, basco, zingaro, calabrese.
Quello che è stato senza eccezioni il soggetto più illustrato e documentato nella pittura occidentale ottocentesca, dopo Venezia e Napoli sempre le medesime dieci vedute, risulta in verità segregato, perfino discriminato!! I responsabili del degrado a tutti i livelli, a partire dalle istituzioni italiane oggi ancora pigramente anchilosate alle glorie rinascimentali, sorde e insensibili alle aperture e a certe realtà divenute nei secoli altrettanto qualificanti non solo italiane: e quelli a mio avviso altrettanto biasimevoli sono i musei al di là delle Alpi che ne posseggono le opere i quali fino ad oggi non hanno, nessuno di essi, sentita la curiosità scientifica e storica di andare un pizzico oltre la pigra e vuota connotazione originaria!
Oltre al degrado scientifico che, considerata tale ignoranza connotativa, non di rado ha il risultato di tenere in deposito, quindi non in esposizione, le opere con la iconografia ciociara! si è persa ancora una volta la possibilità, in più, di fare la conoscenza della regione italiana più antica e certamente più ricca di eventi e di avvenimenti leggendari e storici e di molto altro ancora storicamente primario: alludiamo alla Ciociaria cioè all’antica Campania augustea poi Latium Novum o adiectum poi alla Campagna di Roma, poi a Marittima e Campagna, poi.
Infatti il termine ciociaro dopo circa trecento anni è ancora quasi sconosciuto, ma noto, ecco la nemesi, solo quale insulto e sberleffo, anche in televisione, a onore e ricordo del popolino fannullone dei tempi di Pinelli che primo, e sempre, fece suo segno di beffa e di derisione il ciociaro che vedeva per le strade di Roma! Ed è avvenuto che tutti i cultori di arte o i visitatori dei musei conoscano e ammirino questi soggetti fuori del comune ed eccezionali epperò, ecco il paradosso, ne ignorano la origine e provenienza!
Pertanto mai ammirato in primo piano, protagonista dunque dell’opera d’arte, un brigante o un pifferaio o una bella ciociara nel suo costume o i contadini che mietono il grano o zappano all’ombra dell’Acquedotto Claudio o la ciociarella con la tina dell’acqua in testa: era nato un nuovo genere pittorico all’italiana! secondo la felice definizione degli artisti europei degli inizi del 1800, una rivoluzione nell’arte occidentale dell’epoca, pertanto ignota, estranea, a grande disdoro e danno del Paese.
Michele Santulli













