Una situazione che si traduce in danni sempre più gravi per il comparto agricolo. Le testimonianze sono state raccolte durante il convegno organizzato a Sulmona la settimana scorsa da CIA e Confagricoltura in cui gli operatori del settore hanno parlato di coltivazioni distrutte, produzioni compromesse e aziende messe in ginocchio. In alcuni casi, fino all’80% dei terreni risulta danneggiato, con perdite economiche che si protraggono negli anni. A questo si aggiunge l’aumento degli incidenti stradali causati dalla fauna selvatica, segno di un fenomeno che coinvolge l’intero territorio e non solo le aree rurali.
Al centro del dibattito anche le difficoltà gestionali. L’Abruzzo rappresenta un caso particolare, dove provvedimenti di abbattimento autorizzati sono stati oggetto di ricorsi, creando una situazione di stallo definita da molti “paradossale”. Da qui la richiesta, condivisa da più parti, di una gestione attiva e coordinata della fauna.
Tra le soluzioni proposte, il rafforzamento del monitoraggio per ottenere dati più realistici, l’attivazione di piani di contenimento attraverso abbattimenti selettivi controllati e l’adozione di strumenti già sperimentati per altre specie, come il cinghiale. Fondamentale, secondo i partecipanti, è il coinvolgimento di tutti gli attori istituzionali, dai parchi alla Regione, in un’ottica di gestione su scala territoriale ampia.
Non manca però una riflessione più ampia: il cervo non è solo un problema, ma anche una risorsa per il turismo nelle aree montane. Proprio per questo, la sfida è trovare un equilibrio tra tutela della biodiversità e salvaguardia delle attività economiche.
Gli agricoltori denunciano una narrazione spesso distante dalla realtà, che tende a idealizzare la fauna selvatica senza considerare le conseguenze sulle attività produttive e sulla vita quotidiana delle comunità locali. Al nostro microfono parla Claudio Di Domenico, allevatore di Villetta Barrea.













