Non un gesto isolato né una reazione esasperata alla mancanza di indennizzi. Gli episodi di avvelenamento di lupi registrati a Pescasseroli e ad Alfedena rappresentano, secondo l’Associazione Salviamo l’Orso, “atti criminali e coordinati”, mirati a intimidire chi è chiamato a far rispettare le regole a tutela dell’ambiente e della convivenza tra uomo e fauna selvatica.
L’organizzazione respinge con forza la narrazione che lega questi episodi esclusivamente al malcontento degli allevatori. “La realtà — sottolinea — è che ci troviamo di fronte a una strategia deliberata per aggirare le leggi e indebolire i controlli, in un contesto dove istituzioni locali e sanitarie troppo spesso chiudono un occhio per quieto vivere”.
La risposta proposta è netta: tolleranza zero. Secondo l’associazione, arretrare di fronte a questa escalation significherebbe legittimare un ricatto. Al contrario, occorre rafforzare i controlli sulle attività zootecniche e negare qualsiasi indennizzo a chi non rispetta le normative.
“Moriranno altri lupi e orsi? Forse — si legge nella nota diffusa da Salviamo l’Orso — ma è più importante sradicare criminalità e ignoranza, ora o mai più”. Una posizione dura, che punta a ristabilire il principio di legalità anche a costo di affrontare conseguenze nel breve periodo.
Parallelamente, Salviamo l’Orso riconosce i diritti degli allevatori che operano nel rispetto delle regole. Per loro, gli indennizzi in caso di danni da fauna selvatica devono essere equi e soprattutto rapidi.
La fauna selvatica, ricordano, è patrimonio dello Stato: per questo servono più risorse — umane ed economiche — da destinare ai parchi nazionali e regionali, affinché possano gestire in modo efficiente il sistema dei risarcimenti Un altro punto centrale riguarda il rafforzamento della vigilanza. L’associazione chiede un’azione più incisiva da parte degli enti parco e dei Carabinieri Forestali, con particolare attenzione alle unità specializzate nell’antibracconaggio.
L’obiettivo è prevenire, prima ancora che reprimere. “Non devono più esistere zone franche — ribadisce l’associazione — dove la legalità è un optional e l’illegalità è tollerata”.
Tra le criticità più gravi emerge quella dell’omertà. Secondo l’associazione, molte persone sarebbero a conoscenza dei responsabili degli avvelenamenti, ma scelgono di non parlare per timore di ritorsioni o per evitare problemi. Un silenzio che, viene denunciato, rende complici e danneggia intere comunità, soprattutto quelle che vivono di turismo naturalistico e rischiano ripercussioni economiche e reputazionali.
Per rompere questo meccanismo, Salviamo l’Orso propone una misura drastica: l’introduzione di una legge regionale che vieti per almeno un anno ogni attività — pascolo, caccia, raccolta di funghi e tartufi — nelle aree interessate da episodi di avvelenamento.
L’area di interdizione, ipotizzata come un raggio minimo di un chilometro dal punto di ritrovamento delle esche o delle carcasse, coprirebbe circa 314 ettari. Una misura che colpirebbe direttamente l’intera comunità locale, incentivando un controllo sociale diffuso e una vigilanza attiva.
“Il danno collettivo — sostengono — spingerebbe tutti a prevenire questi crimini, perché le conseguenze ricadrebbero su chiunque”. In conclusione, l’associazione rivolge un appello al Ministero dell’Ambiente, al Comando dei Carabinieri Forestali e alla Regione Abruzzo affinché intervengano con decisione.
“La soluzione esiste ed è semplice — conclude Salviamo l’Orso —: più risorse per gli enti competenti e una nuova legge regionale. Serve solo la volontà politica”. Un messaggio chiaro, che riporta al centro il tema della legalità e della convivenza tra attività umane e tutela della fauna, in un territorio simbolo della biodiversità italiana.













