Un rapporto di 53 pagine delle associazioni ambientaliste denuncia gravi criticità nella gestione forestale dei siti Natura 2000, con particolare attenzione al caso dei Monti Simbruini.
Il nuovo dossier elaborato dalla LIPU insieme alla Stazione Ornitologica Abruzzese e al ForumAmbientalista punta il dito contro la gestione dei tagli boschivi nelle aree protette dell’Abruzzo, parlando di una “quasi completa deregulation” e di ripetute violazioni delle direttive europee “Habitat” e “Uccelli”.
Secondo le associazioni, il quadro complessivo emergerebbe da anni di osservazioni e analisi su singoli interventi, sfociati ora in un caso studio approfondito: il sito Natura 2000 dei Monti Simbruini, al confine tra Abruzzo e Lazio.
Il dossier analizza 32 progetti di taglio boschivo presentati in soli tre anni e mezzo, che interesserebbero circa 723 ettari di foreste – una superficie paragonata dalle associazioni a circa 1.000 campi da calcio.
Le aree coinvolte comprendono faggete, querceti, orno-ostrieti e castagneti, habitat considerati di elevato valore ecologico ma, secondo il rapporto, trattati con valutazioni ambientali “carenti e incoerenti con le norme europee”.
Uno dei dati più critici evidenziati riguarda la qualità degli studi di incidenza ambientale:
Solo il 19% dei progetti cita le linee guida nazionali sulla Valutazione di Incidenza Ambientale del 2019;
Solo il 19% menziona il Patom (piano per la tutela dell’orso bruno marsicano);
Solo l’1 progetto su 32 include dati di monitoraggio sul campo;
Nel 97% dei casi mancano rilevazioni secondo i protocolli previsti.
Secondo il dossier, il livello medio di coerenza con gli standard tecnici sarebbe pari all’11,2%, con diversi progetti addirittura “pari a zero”. Un ulteriore elemento critico riguarda la fauna: il rapporto cita la presenza del rarissimo picchio dorsobianco in alcune aree interessate dai tagli, nonostante le relazioni tecniche dei progetti ne escludano la presenza.
Le associazioni denunciano inoltre la mancanza di un approccio multidisciplinare: gli studi sarebbero stati redatti esclusivamente da forestali e agronomi, senza il coinvolgimento di biologi o specialisti di fauna protetta.
Secondo il dossier, il 71% dei progetti sarebbe riconducibile a due soli tecnici, mentre il 78% degli interventi sarebbe formalmente presentato dai comuni nell’ambito degli usi civici.
Tuttavia, in gran parte dei casi – sostengono le associazioni – il legname sarebbe destinato alla vendita commerciale e non alla distribuzione alla popolazione locale. Il volume complessivo stimato supera i 100.000 alberi abbattuti e oltre 776.000 quintali di legname asportato.
Il rapporto evidenzia anche problemi strutturali nella governance ambientale: misure di conservazione introdotte e poi quasi subito cancellate; piani di gestione dei siti Natura 2000 ancora non approvati dopo oltre un decennio; un ente gestore individuato in un piccolo comune privo di adeguata struttura tecnica. Secondo le associazioni, ciò avrebbe contribuito a un sistema di controlli inefficace e frammentato.
Uno dei punti più critici riguarda il periodo dei tagli boschivi, che secondo lo studio si sovrapporrebbe in media del 40% alla stagione riproduttiva degli uccelli protetti. Solo in due casi – e dopo osservazioni delle associazioni – sarebbe stata garantita la piena tutela del periodo di nidificazione.
Le associazioni affermano di aver trasmesso il dossier alla Commissione Europea, chiedendo un intervento per verificare la conformità delle procedure italiane alle normative comunitarie.
Il dossier segnala infine criticità anche sul piano dei controlli: i Carabinieri Forestali avrebbero fornito risposte parziali alle richieste di accesso agli atti, mentre in alcuni casi emergerebbero comunicazioni di avvio taglio in contrasto con periodi di sospensione stabiliti per la tutela dell’avifauna.
Il quadro tracciato dalle associazioni descrive un sistema in tensione tra esigenze produttive, vincoli ambientali e applicazione delle norme europee. Ora la palla passa alle istituzioni nazionali ed europee, chiamate a valutare se le procedure adottate nelle aree protette dell’Abruzzo siano compatibili con gli obblighi di tutela della biodiversità previsti dal diritto dell’Unione.












