Il nuovo Piano Operativo Sanitario non appare più come un intervento di riordino, ma come il segnale di una crisi profonda che sta investendo il sistema sanitario molisano. Non si tratta semplicemente di razionalizzare: ciò che emerge è il progressivo arretramento di un diritto fondamentale, mentre interi territori rischiano di restare scoperti.
«Non è un semplice atto tecnico: è una scelta politica che sta smantellando, pezzo dopo pezzo, il diritto alla salute dei molisani», denuncia il sindaco di Cerro al Volturno, Remo Di Ianni.
Dopo anni di commissariamento, il quadro che si delinea è quello di un sistema che non riesce a uscire dalla propria crisi strutturale. Il debito resta, ma nel frattempo si assiste a una contrazione costante dei servizi, a tempi sempre più lunghi per accedere alle cure e a un carico economico crescente per i cittadini. Una combinazione che, più che risolvere i problemi, li aggrava.
«Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il debito non si risolve, ma si riducono servizi essenziali e si scaricano i costi sui cittadini. Questo non è risanamento. È arretramento», afferma Di Ianni.
Alcune scelte appaiono particolarmente critiche perché incidono direttamente sulla capacità di salvare vite umane. La chiusura dell’emodinamica a Termoli rappresenta un punto di rottura: in una rete tempo-dipendente come quella dell’infarto, anche pochi minuti possono essere decisivi.
«Chiudere l’emodinamica significa indebolire la rete dell’infarto, dove ogni minuto può fare la differenza tra la vita e la morte», sottolinea il sindaco. In una regione segnata da infrastrutture fragili e collegamenti complessi, «togliere un presidio salvavita sulla costa vuol dire assumersi una responsabilità gravissima».
Anche la chiusura del punto nascita di Isernia assume i contorni di una scelta che va oltre la sanità, incidendo sulla stessa possibilità di vivere e restare in quel territorio. «Non è una riorganizzazione: è un segnale devastante. Significa dire alle famiglie che in quella provincia non si può più nascere», evidenzia Di Ianni, richiamando l’attenzione sui rischi per le donne e sull’accelerazione dello spopolamento.
Il ridimensionamento dell’Ospedale Caracciolo di Agnone rafforza la percezione di una progressiva ritirata dello Stato dalle aree interne. In contesti montani, dove i tempi di percorrenza sono già un fattore critico, ogni taglio si traduce in un aumento concreto del rischio.
«In territori montani, ridurre i servizi equivale a lasciare intere comunità senza protezione», osserva. A completare questo scenario, il drastico taglio delle guardie mediche — da 44 a 13 — rappresenta un colpo diretto alla medicina territoriale, che dovrebbe invece essere il primo presidio in una regione fatta di piccoli comuni e popolazione anziana. «Questo non è efficientamento. È abbandono», sintetizza il sindaco.
Nel loro insieme, queste misure non configurano un semplice processo di riorganizzazione, ma delineano una vera emergenza sanitaria. Il rischio è quello di un sistema che perde progressivamente la capacità di garantire i livelli essenziali di assistenza, soprattutto nelle aree più fragili. «Non si può far quadrare i conti mettendo a rischio i livelli essenziali di assistenza», ribadisce Di Ianni. «Non si può applicare un modello pensato per grandi aree urbane a una regione fragile come il Molise».
Il punto centrale resta il rispetto di un principio costituzionale: il diritto alla salute, sancito dall’articolo 32, non può essere subordinato a logiche esclusivamente contabili. Eppure, secondo questa lettura, è proprio ciò che sta accadendo. «Oggi, in Molise, questo diritto viene progressivamente indebolito», denuncia.
Le conseguenze vanno ben oltre il sistema sanitario. Quando i servizi vengono meno, si incrina l’intero equilibrio sociale: aumentano l’insicurezza e la sfiducia, i territori si spopolano, le comunità si indeboliscono.
«Quando si toglie la sanità, si toglie tutto: sicurezza, dignità, futuro. Si svuotano i paesi, si allontanano i giovani, si spezza il legame tra cittadini e istituzioni», conclude Di Ianni.
Di fronte a questo scenario, la richiesta è chiara: non si può più rinviare una presa di posizione forte. Il commissariamento, anziché rappresentare una soluzione, rischia di diventare parte del problema se continua a produrre decisioni scollegate dalla realtà del territorio.
«Il Molise non può essere trattato come una periferia sacrificabile. La sanità non è un costo da tagliare. È un diritto da garantire».













