Il nuovo Piano sanitario del Molise riaccende la questione degli accordi interregionali con l’Abruzzo, rimasti sulla carta e mai realmente concretizzati. Una occasione mancata che oggi pesa come un macigno sulle scelte di ridimensionamento, a partire dalla chiusura del punto nascita di Isernia e dal progressivo depotenziamento dell’ospedale di Agnone.
Se quegli accordi di confine fossero stati attuati, lo scenario sarebbe potuto essere molto diverso. In particolare, il punto nascita di Isernia avrebbe avuto numeri e bacino d’utenza sufficienti per restare operativo, grazie all’integrazione con le aree abruzzesi limitrofe. Una collaborazione che avrebbe consentito di superare i rigidi parametri nazionali sui volumi minimi di attività, oggi utilizzati come principale giustificazione per la chiusura.
Lo stesso ragionamento vale per l’ospedale di Agnone, destinato alla riconversione e alla perdita delle sue funzioni più rilevanti. Anche in questo caso, una gestione condivisa con l’Abruzzo avrebbe potuto garantire sostenibilità e continuità operativa a una struttura che rappresenta un presidio essenziale per le aree interne e montane.
Non si tratta di un’ipotesi astratta. Nei mesi scorsi il Consiglio regionale abruzzese aveva espresso una posizione chiara e unanime. Attraverso la Commissione Sanità, era stata infatti approvata una risoluzione a tutela dell’ospedale “San Francesco Caracciolo” di Agnone. Un atto politico significativo, sostenuto in particolare dai consiglieri abruzzesi dei territori di confine, con l’obiettivo esplicito di scongiurare il declassamento della struttura altomolisana.
Quell’iniziativa riconosceva un dato di realtà spesso ignorato nella pianificazione sanitaria: i confini amministrativi non coincidono con quelli della vita quotidiana dei cittadini. Le comunità dell’Alto Molise e dell’Alto Sangro condividono relazioni, distanze e bisogni che rendono naturale — prima ancora che conveniente — una gestione integrata dei servizi sanitari.
Eppure, nonostante l’evidenza dei fatti gli accordi non hanno mai trovato una piena attuazione. Il risultato è quello che oggi emerge con chiarezza nel Piano sanitario molisano: una rete più povera, più accentrata e meno capace di rispondere alle esigenze dei territori periferici.
La chiusura del punto nascita di Isernia e il ridimensionamento dell’ospedale di Agnone non sono dunque soltanto l’effetto di vincoli economici o standard nazionali, ma soprattutto il frutto di una mancata visione interregionale. Una visione che, se fosse stata perseguita con maggiore determinazione, avrebbe potuto salvare servizi essenziali e garantire un equilibrio diverso tra sostenibilità e diritto alla salute.













