La gestione della sanità abruzzese torna al centro del dibattito politico, tra critiche serrate e scelte istituzionali controverse. Nel mirino finisce il presidente della Regione, Marco Marsilio, accusato dal consigliere regionale Pd Pierpaolo Pietrucci, di non essere riuscito a dare risposte concrete ai problemi del sistema sanitario locale.
A suscitare particolare discussione è stata la decisione di rivolgersi direttamente al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Una mossa definita da alcuni osservatori come un tentativo improprio di coinvolgere la più alta carica dello Stato in questioni che rientrano nelle competenze del governo e delle amministrazioni regionali.
Secondo Pietrucci – diffusore di una nota stampa – l’iniziativa rappresenterebbe il segnale di una difficoltà politica evidente, oltre che un modo per evitare un confronto diretto con l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, accusato di aver ridotto le risorse destinate alla sanità pubblica.
I dati, in effetti, alimentano il dibattito. Secondo la Fondazione GIMBE, nel 2024 la spesa sanitaria italiana si è attestata al 6,3% del PIL, al di sotto sia della media OCSE (7,1%) sia di quella europea (6,9%). Una distanza che, secondo molti analisti, rischia di ampliarsi ulteriormente alla luce delle nuove priorità di bilancio, tra cui l’aumento delle spese per la difesa legate agli impegni in ambito NATO.
Le conseguenze sociali appaiono già evidenti: nel 2024 circa 5,8 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi per ragioni economiche o per le lunghe liste d’attesa. Un dato che evidenzia una crescente difficoltà di accesso alle cure, soprattutto per le fasce più fragili della popolazione.
In Abruzzo, le criticità si intrecciano con dinamiche locali. Otto anni fa, all’insediamento dell’attuale giunta, la sanità regionale era uscita dal commissariamento grazie a un bilancio risanato. Oggi, invece, si parla di un aumento del debito, di servizi peggiorati e di una pressione fiscale regionale tra le più alte.
Le criticità segnalate riguardano diversi ambiti: dalla carenza di personale sanitario alla lentezza nei processi di stabilizzazione dei precari, fino a un sistema di prevenzione e medicina territoriale ritenuto ancora insufficiente nonostante l’esperienza della pandemia.
Particolarmente delicata è la situazione nelle aree interne e montane, dove l’accesso ai servizi sanitari risulta sempre più difficile. In territori come l’Alto Sangro, denunciano alcuni amministratori locali, l’assistenza sanitaria sarebbe ormai ridotta al minimo. Allo stesso tempo, aumentano i tempi di attesa per visite ed esami, spesso di mesi o addirittura anni, mentre cresce il fenomeno della mobilità sanitaria verso altre regioni per chi può permetterselo.
Non mancano poi criticità strutturali: dall’assenza di nuovi progetti edilizi per alcune strutture ospedaliere strategiche, fino a situazioni simboliche come reparti ancora ospitati in strutture temporanee a distanza di anni da eventi emergenziali.
Al centro della discussione c’è anche il criterio di distribuzione delle risorse, basato principalmente sulla popolazione residente. Un sistema che, secondo i critici, penalizzerebbe territori vasti e complessi come quelli serviti dalla ASL1, caratterizzati da una geografia montana, una popolazione frammentata e una rete capillare di presìdi sanitari.
Da qui la domanda politica che chiude la polemica: invece di rivolgersi alle più alte istituzioni dello Stato, non sarebbe più efficace intervenire direttamente sui criteri regionali di allocazione delle risorse, per correggere squilibri ritenuti ormai strutturali?













