L’articolo pubblicato da AmoLivenews sul caso dei lupi avvelenati e sulla cosiddetta “mafia dei pascoli” ha riacceso un conflitto che in Italia esiste da anni, ma che raramente viene affrontato nella sua profondità economica e sociale. Da una parte ci sono le associazioni ambientaliste, che denunciano pratiche illegali, sfruttamento dei pascoli e utilizzo distorto dei contributi pubblici. Dall’altra ci sono allevatori e agricoltori che si sentono trattati come un problema, accusati collettivamente, marginalizzati culturalmente e progressivamente schiacciati da un sistema economico che li rende sempre meno autonomi.
Ridurre tutto a uno scontro tra “ambientalisti buoni” e “pastori cattivi” sarebbe però una semplificazione pericolosa. Il punto reale è un altro: negli ultimi decenni il modello agricolo europeo è cambiato radicalmente e questo cambiamento ha trasformato il ruolo del piccolo agricoltore e del piccolo allevatore.

Il paradosso della PAC
La Politica Agricola Comune nasce storicamente con l’obiettivo di garantire sicurezza alimentare, stabilità dei prezzi, tutela del reddito agricolo e presidio del territorio. Nel tempo, però, gran parte dei contributi è stata progressivamente legata agli ettari posseduti o gestiti. Questo meccanismo ha favorito chi controlla maggiori superfici e dispone di più capitale per acquisire altra terra, consolidando così i grandi operatori.
È qui che emerge uno dei grandi paradossi del sistema. I piccoli allevatori delle aree marginali percepiscono spesso la PAC non come un reale strumento di sviluppo, ma come una semplice integrazione di sopravvivenza. Vendono i propri prodotti a prezzi determinati dal mercato, dalla grande distribuzione o dalle borse merci, mentre acquistano mangimi, carburanti, fertilizzanti, medicinali e macchinari da industrie molto più forti sul piano contrattuale. In pratica il piccolo produttore vende da soggetto debole, compra da soggetto debole, ma sopporta interamente il rischio produttivo.
Nel frattempo una parte significativa dei fondi PAC finisce anche a grandi gruppi agroindustriali, holding finanziarie, compagnie assicurative e grandi proprietari fondiari. Questo non significa necessariamente che il sistema sia stato costruito “contro” i contadini, ma produce comunque un effetto evidente: la concentrazione progressiva della ricchezza agricola e del controllo territoriale.
La questione ambientale e il conflitto rurale
Il tema dei grandi carnivori rappresenta probabilmente il punto in cui questo conflitto assume la forma più emotiva e simbolica. Lupo e orso sono diventati icone culturali e mediatiche della conservazione ambientale, ma il costo concreto della loro presenza ricade soprattutto su chi vive e lavora nelle aree interne. Gli allevatori parlano di predazioni, stress del bestiame, costi di prevenzione, ore di lavoro perse, difficoltà burocratiche e rimborsi spesso lenti o insufficienti. Molti percepiscono una profonda ingiustizia: chi decide le politiche di tutela raramente sostiene direttamente i costi economici e sociali delle conseguenze.
Nasce così una frattura crescente tra mondo urbano e mondo rurale. Da una parte esiste una visione della natura come spazio da proteggere, quasi una sorta di museo ambientale da preservare attraverso il rewilding. Dall’altra c’è chi considera quei territori il risultato di secoli di presenza umana, pascolo, agricoltura e gestione tradizionale. In questa prospettiva il piccolo allevatore non viene percepito come un nemico della biodiversità, ma come parte integrante dell’equilibrio storico del paesaggio italiano.
L’abbandono delle aree interne
Negli ultimi decenni molte aree montane e marginali hanno perso popolazione, servizi, infrastrutture e redditività agricola. L’aumento dei costi, la pressione burocratica, la concorrenza globale, la frammentazione produttiva, le difficoltà generazionali e la crescente concentrazione della distribuzione hanno reso sempre più difficile la sopravvivenza delle piccole aziende.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: stalle che chiudono, pascoli abbandonati, paesi spopolati e perdita progressiva di competenze tradizionali.
In questo contesto torna centrale anche la riflessione proposta nel libro Contro i Borghi di Filippo Barbera, Domenico Cersosimo e Antonio De Rossi. Gli autori spiegano come molti borghi italiani siano stati trasformati in immagini turistiche idealizzate, “borghi-merce” costruiti per il consumo estetico del visitatore. Un tempo questi luoghi erano paesi vivi, fatti di relazioni umane, lavoro agricolo, servizi, comunità e attività quotidiane. Oggi, invece, rischiano di diventare scenografie senza vita reale. La provocazione degli autori è particolarmente significativa: «chiese senza parrocchiani, musei senza visitatori, castelli senza castellani, cibo senza agricoltura». In poche parole, luoghi svuotati della loro funzione sociale ma ancora utilizzati come simboli dell’autenticità italiana.
Molti allevatori sentono di essere tollerati soltanto finché corrispondono all’immaginario romantico costruito dal turismo urbano, ma non realmente considerati strategici per il futuro economico e territoriale del Paese.
Il ruolo della grande finanza e dell’ambientalismo istituzionale
Negli ultimi anni il tema ambientale è entrato pienamente nella finanza globale. Fondazioni miliardarie, banche, fondi d’investimento, sistemi ESG, carbon markets e grandi ONG ambientaliste sono diventati parte di un ecosistema economico e politico sempre più integrato.
Esistono partnership documentate tra banche e ONG, fondazioni private e reti climatiche, imprese e associazioni ambientaliste. Questo non dimostra necessariamente l’esistenza di una regia occulta, ma mostra una convergenza di interessi che ha trasformato la transizione ecologica anche in un grande settore economico. Carbon credits, green bond, sostenibilità certificata, biodiversità monetizzata, carbon farming e finanza climatica stanno creando nuovi mercati finanziari. Molti agricoltori percepiscono quindi una contraddizione: chi produce viene sottoposto a vincoli sempre più stringenti, mentre chi finanzia e promuove la transizione spesso trae profitto dalla transizione stessa.
Da qui nasce una crescente diffidenza verso una parte dell’ambientalismo istituzionale, percepito non più soltanto come soggetto culturale o scientifico, ma anche come attore economico.
Il rischio della standardizzazione alimentare
Oggi il dibattito riguarda soprattutto le aree marginali, ma alcuni osservatori vedono un rischio più ampio. Le nuove tecnologie alimentari, carne coltivata, fermentazione di precisione, proteine sintetiche e bioreattori industriali, stanno attirando investimenti enormi.
Questi sistemi possiedono caratteristiche molto diverse dall’agricoltura tradizionale: sono centralizzabili, standardizzabili, brevettabili e fortemente industriali. Il capitale finanziario tende naturalmente a preferire modelli scalabili, prevedibili, automatizzabili e facilmente integrabili nelle grandi filiere globali.
Per questo alcuni temono che il piccolo produttore indipendente possa diventare progressivamente marginale non solo nelle montagne, ma anche nelle grandi pianure agricole. Non esistono prove di un piano deliberato per eliminare agricoltura e allevamento tradizionali, ma molte dinamiche economiche sembrano favorire concentrazione, industrializzazione e dipendenza da sistemi produttivi sempre più grandi.
Il nodo centrale: sovranità e autonomia
Alla fine il cuore del problema non è soltanto ambientale. È una questione di autonomia e controllo. La domanda implicita riguarda chi controllerà in futuro la terra, il credito, le sementi, l’energia, le tecnologie alimentari, la distribuzione, i dati agricoli, le certificazioni e perfino i sistemi legati alla gestione carbonica.
Molti piccoli agricoltori e allevatori hanno la sensazione che il loro ruolo venga progressivamente ridotto a residuo di un sistema considerato inefficiente rispetto alla nuova economia globale. È qui che nasce il conflitto culturale più profondo. Per una parte del mondo urbano e finanziario il futuro appare come una filiera globale sempre più tecnologica, efficiente e centralizzata. Per molti territori rurali, invece, il rischio percepito è la perdita della comunità, del presidio umano, della cultura contadina, della sovranità alimentare e del rapporto diretto con la terra.
Conclusione
La grande questione del futuro sarà probabilmente questa: è possibile costruire una transizione ecologica che non espella chi vive e lavora nei territori?
Il rischio, altrimenti, è quello di creare un Paese sempre più diviso tra centri urbani finanziariamente forti e aree interne trasformate in spazi marginali, turistici o puramente contemplativi. Luoghi belli da osservare, ma non più realmente abitati. Paesi mantenuti come immagini identitarie dell’Italia, ma privati delle condizioni economiche e sociali necessarie per continuare a vivere.
Se il piccolo allevatore e il piccolo agricoltore scompaiono, non si perde soltanto produzione alimentare. Si perde una rete di conoscenze costruita in secoli di adattamento ai territori, si perde manutenzione ambientale, si perde presidio umano contro dissesto e abbandono, si perde biodiversità agricola e si perde soprattutto autonomia locale.
La vera contraddizione del nostro tempo è che si parla continuamente di sostenibilità, ma raramente si affronta il tema della sostenibilità sociale delle comunità rurali. Difendere il paesaggio senza difendere chi lo abita rischia di trasformare la natura in una scenografia e i territori interni in musei a cielo aperto.
Forse il nodo centrale non è scegliere tra ambiente e agricoltura, tra biodiversità e allevamento, ma capire se sia ancora possibile immaginare un modello di sviluppo che tenga insieme ecologia, lavoro, comunità e autonomia territoriale. Perché senza persone che vivano e lavorino stabilmente quei territori, anche il paesaggio che oggi si vuole proteggere finirà inevitabilmente per cambiare natura e significato.
Angelo Niro – Presidente Ordine Medici Veterinari Campobasso














