Sarebbero al momento una ventina i comuni molisani, attualmente sede del servizio di continuità assistenziale, che hanno intrapreso un’azione legale congiunta dinanzi al Tar Molise per richiedere, in particolare, l’annullamento del Decreto 45/2026 del Commissario ad acta per la sanità concernente la riorganizzazione del servizio di continuità assistenziale.
L’udienza di sospensione è stata fissata per mercoledì 10 giugno. I ricorsi, per i quali i comuni si sono rivolti agli avvocati Salvatore Di Pardo e Katia Palladino, mirano a tutelare il diritto alla salute e a preservare i presidi sanitari territoriali, considerati essenziali per le comunità locali, in particolare per quelle delle aree interne che anche in questo caso “si trovano penalizzate – si legge in una nota diffusa dai primi cittadini – da scelte che si limitano a seguire linee di azioni amministrative ed economiche che non tengono conto del contesto locale e delle necessità dei cittadini”. L’azione legale è diretta contro il Dca che ridisegna la mappa dei servizi di continuità assistenziale, e contro gli atti ad esso connessi”.
Ma che prestazioni può erogare il Caracciolo?. Lo scrive in una nota il dott. Pasquale Pannunzio.
“In molti mi fanno questa domanda –esordisce il medico- proviamo a fare chiarezza. Oggi, secondo i nuovi protocolli, le patologie non vengono più suddivise per specialità, ma per intensità di cura. Ci sono 3 livelli: alta intensità di cura (terapia intensiva); pazienti critici in pericolo di vita, con grave instabilità clinica e compromissione delle funzioni vitali;- gravi patologie cardiache; insufficienza respiratoria acuta grave;traumi maggiori; shock settico;avvelenamenti gravi; coma, Ictus ecc. Queste patologie prevedono un setting assistenziale complesso e multidisciplinare in: TERAPIA INTENSIVA (rianimazione);- UTIC (unità di terapia intensiva coronarica);- STROKE UNIT (unità per ictus cerebrali in fase acuta). Oppure, per quanto riguarda l’area chirurgica, in cardiochirurgia, neurochirurgia, ortopedia, ecc.
Queste patologie non possono essere trattate presso l’ospedale di Agnone, né lo erano in passato. Il paziente critico viene preso in carico dal 118 per essere trasportato negli ospedale maggiori di Isernia (Spoke) e Campobasso( Hub) , integrati dall’istituto Neuromed e dal Responsible Research Hospital. Tutto questo nel più breve tempo possibile, nell’arco di tre ore per le patologie vascolari cardiache e cerebrali, per aumentare le possibilità di sopravvivenza e diminuire gli esiti invalidanti. L’emergenza può essere gestita dal punto di primo soccorso , o pronto soccorso, di Agnone, transitoriamente, per stabilizzare il paziente in attesa di trasferimento.
Patologie a media intensità sono quelle non critiche, trattate nei reparti di medicina, chirurgia, ortopedia, ecc., unita operative più o meno complesse.
In questo contesto si inserisce l’ospedale di Agnone, che secondo il DM 70 del 2015 ( ospedale area disagiata) dovrebbe essere dotato di un Pronto soccorso (non equiparabile a quello degli ospedali maggiori, in pratica un punto primo soccorso), un reparto di medicina interna e un’area chirurgica a minor intensità (day surgery). Quello che abbiamo lo sapete.
Ma in questo contesto si inserisce anche l’ospedale di comunità (Odc) che, secondo i protocolli ministeriali, dovrebbe curare le patologie non critiche a media e bassa intensità, previsti nella misura di uno ogni 100.000 abitanti, con dotazione di almeno 20 posti letto. Nel sito ASREM, alla voce “Ospedali di comunità”, sono riportate tutte le possibili funzioni di questi ospedali.
Il livello di queste strutture è cresciuto molto nel corso degli anni, con ambizioni sempre maggiori nel proporsi (e negli intenti del ministro Schillaci) nel settore a media intensità, sgravando gli ospedali maggiori. La selezione dei pazienti da ricoverare nell’ospedale di comunità deve essere attenta e rispettare le linee guida: vanno escluse le criticità , che devono essere indirizzate agli ospedali maggiori polispecialistici, a tutela dei pazienti.
La Telemedicina può svolgere un ruolo importante in tal senso, insieme alla Centrale Operativa Territoriale ( attiva in alcune Regioni). L’ospedale di Agnone opera attualmente in un regime di criticità legato all’isolamento dal contesto polispecialistico e dalla rianimazione, servizi di cui invece dispongono gli ospedali maggiori. Penso che entrambe le strutture possano soddisfare le esigenze della popolazione locale, a condizione che siano perfettamente funzionanti, prerogativa essenziale.
A mio parere, l’offerta dell’ospedale di comunità è più completa sotto alcuni aspetti: infatti, oltre all’area internistica, prevede un settore di riabilitazione, attualmente non presente, un’assistenza dedicata al paziente fragile e anziano, un’assistenza al paziente dimesso dai nosocomi specialistici per acuti, la possibilità di avere un ospedale di comunità pediatrico (ricoveri per pazienti sotto i 15 anni), gestito dal pediatra di base, o specialista convenzionato. naturalmente il tutto deve essere affiancato da servizi ambulatoriali polispecialistici validi e completi, come previsto dai Lea, anche con funzione di day hospital, cioè percorsi assistenziali diurni, sia diagnostici che terapeutici.
in un futuro prossimo si parla di decentrare il day surgery e la chirurgia ambulatoriale complessa (il 60/70% della chirurgia viene svolta con queste modalità) in questi ospedali. tutto ciò avviene già in Australia e altre nazioni, dove queste strutture sono nate una trentina di anni fa, per sopperire alle carenze sanitarie nelle aree disagiate, distanti 200/300 km dagli ospedali maggiori.
il punto di primo soccorso, presente in molti ospedali di comunità, dovrebbe avere le stesse caratteristiche di quello attuale (chiamato pronto soccorso) e avere anche posti letto per ricoveri brevi, possono essere h 12 o h 24.
Ci sono ospedali di comunità che rispondono in maniera adeguata agli standard imposti dal ministero della salute, ma altri purtroppo non lo fanno. tutto dipenderà dall’organizzazione che la Asrem darà a questa struttura. questo è il punto. In sintesi, o abbiamo un ospedale di area disagiata o un ospedale di comunità: se non funzionano adeguatamente, siamo sempre allo stesso punto. Secondo le statistiche nazionali, oggi la bronchite cronica riacutizzata (bpco) e lo scompenso cardiaco rappresentano le principali cause di ricovero per patologia acuta nei reparti di medicina interna,nella maggior parte dei casi curabili sul territorio (odc).Uun’assistenza capillare sul territorio del paziente cronico eviterebbe molte complicanze e riacutizzazioni, riducendo il ricorso al ricovero ospedaliero. sono anni che si parla di un ospedale sul territorio, finalmente può essere realizzato…e noi non lo vogliamo?. Anche il 70-80% delle patologie che affollano i pronto soccorsi sono curabili sul territorio (pps). Infine ci sono le patologie a bassa intensità, curabili sul territorio attraverso la medicina di base, l’assistenza domiciliare integrata (adi), le case di comunità e la specialistica ambulatoriale. Pertanto, il ruolo di questo ospedale deve essere ridefinito in base alle sue potenzialità, ma anche in base ai suoi limiti e alle inevitabili criticità, che sono identiche sia nell’odc che in quello di area disagiata. Bbasterebbe avere un cardiologo e un internista-diabetologo che si alternano, anche solo la mattina, un punto primo soccorso e servizi specialistici validi, insieme alla telemedicina, per ricreare un ospedale efficiente. Non sono le denominazioni che contano, disagiata o di comunità, ma la sostanza: su questo bisogna battersi.
Naturalmente, quanto scrivo è la mia opinione personale. scrivo soprattutto per il piacere di farlo, non per criticare l’operato in atto, né per eleggermi a esperto in materia, ma piuttosto per proporre uno spunto di riflessione e confronto costruttivo, o magari per fare un semplice suggerimento. Quello che mi preoccupa di più, in questo momento, è la pericolosità di andare controcorrente. i fondi per l’ospedale di comunità ci sono, anche grazie al pnrr , nessuno li contesterà, gli ospedali di comunità rappresentano il futuro nella programmazione sanitaria nazionale. Le spese dell’ospedale di area disagiata potrebbero essere sottoposte al vaglio della corte dei conti, o del ministero della salute ,con il rischio di una chiusura definitiva di questo nosocomio, soprattutto in un contesto di sanità regionale commissariata. appellarsi ad una legge del 2015 (dm 70) rappresenta il passato. pochi gli ospedali di area disagiata ancora in essere, comunque sono in fase di trasformazione in o.d.c. La classe politica oggi è chiamata più che mai a scelte ponderate, che possono valere il futuro di questi territori. Non voglio essere una voce fuori dal coro, io voglio il bene di questo paese come tutti. Non voglio che si pensi che lo scopo sia privatizzare l’ospedale per fini di lucro personali: non ne ho bisogno, e non sono l’avamposto di privati che vogliono gestire l’ospedale di Agnone.Lla mia proposta era quella di creare una fondazione no profit (per una sanità da restituire ai cittadini), che gestisse servizi convenzionati e accreditati con il SSN (il tutto documentato da un’ampia bozza progettuale in cui venivano individuate le possibilità e le modalità di attuazione).La manifestazione del 2 giugno scorso a favore dell’ospedale è stata bella, partecipata e, a tratti, commovente. ha rispecchiato la grande sofferenza delle aree interne che non vogliono smettere di difendere i propri diritti, tuttavia, a mio parere, bisogna indirizzare in maniera mirata gli sforzi, per riappropriarci di ciò che ci spetta. Senza una programmazione seria della sanità alto molisana, difficile rivedere forme efficienti di assistenza”.












