Nessuna penalizzazione automatica per i Comuni che non rientreranno nella nuova classificazione della montanità. È il messaggio che il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli, ha voluto ribadire con un’informativa rivolta agli enti territoriali, dopo le preoccupazioni espresse da alcuni amministratori locali in merito all’applicazione della legge n. 131 del 2025 e del regolamento che ridefinisce i criteri per individuare i Comuni montani.
Secondo il ministro, l’allarme sollevato nelle ultime settimane sarebbe il frutto di una lettura “non corretta e non chiara” della normativa. “Nulla di tutto ciò”, ha affermato Calderoli, respingendo i timori di una perdita generalizzata di risorse e agevolazioni. L’obiettivo della riforma, ha spiegato, è quello di riconoscere il “vero carattere montano” dei territori, superando un impianto normativo risalente al 1952 e ormai considerato non più adeguato.
Il nuovo regolamento, attualmente in fase di controllo prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, introduce cinque criteri alternativi basati esclusivamente su parametri geomorfologici, come altitudine e pendenza del territorio. Il risultato sarà un elenco di 3.715 Comuni montani, contro i circa 4.000 presenti nella precedente classificazione. Una differenza che, ha precisato il ministro, deriva soprattutto dall’esclusione di numerosi Comuni solo parzialmente montani, alcuni dei quali – come Roma o Bologna – inseriti in passato sulla base di criteri oggi ritenuti superati e non strettamente legati alle caratteristiche del territorio.
Calderoli ha però insistito sul fatto che l’uscita dal nuovo elenco non comporterà automaticamente la perdita dei sostegni economici. L’accordo raggiunto il 5 febbraio scorso in Conferenza Unificata con Regioni, Anci e Upi prevede infatti una fase di transizione che consentirà alle Regioni di continuare a tenere conto delle esigenze dei Comuni esclusi dalla nuova classificazione nell’assegnazione delle risorse del Fondo per lo sviluppo della montagna italiana (FOSMIT) per il 2025. Restano inoltre in vigore, fino a eventuali modifiche legislative, le agevolazioni regionali e statali già previste.
Un chiarimento importante riguarda anche alcuni settori particolarmente sensibili. Sul fronte della scuola, il ministro ha assicurato che la nuova classificazione non inciderà automaticamente sul dimensionamento scolastico né sulla possibilità di autorizzare deroghe al numero minimo di alunni per classe. Le decisioni continueranno a dipendere dalle valutazioni regionali e dagli strumenti normativi già esistenti, che tengono conto delle specificità territoriali e delle situazioni di disagio.
Nessuna conseguenza neppure per le misure della Politica agricola comune e per l’esenzione Imu sui terreni agricoli montani, ambiti per i quali la stessa legge prevede esplicitamente l’esclusione dell’applicazione della nuova classificazione.
Il ministro ha inoltre riconosciuto che alcuni Comuni, pur non possedendo i requisiti geomorfologici richiesti, presentano condizioni di fragilità socioeconomica e infrastrutturale. Per questi territori, ha annunciato l’impegno del Governo a individuare strumenti specifici nell’ambito delle politiche dedicate alle aree interne.
Ma se il Governo invita a evitare allarmismi, dal mondo della montagna arrivano parole di forte preoccupazione. Il presidente nazionale di Uncem, Marco Bussone, definisce infatti “kafkiano” il dibattito istituzionale che si è sviluppato attorno al nuovo elenco dei Comuni montani.
«È magnifico assistere a un dibattito kafkiano, anche tra importanti palazzi istituzionali dello Stato, sull’elenco dei Comuni montani», osserva Bussone, ricordando come l’Uncem avesse già segnalato, durante l’iter parlamentare della riforma, il rischio che la nuova classificazione generasse incertezza e contenziosi. «Avevamo previsto anni fa che quell’elenco avrebbe creato tanto caos. Speravamo di sbagliarci. Invece non ci siamo sbagliati».
Al centro delle preoccupazioni dell’associazione vi è soprattutto il blocco delle risorse. «Il vero punto – sottolinea Bussone – è che il fondo montagna per il 2025 e anche per il 2026 è fermo, in attesa di un elenco dei Comuni impantanato e già stretto tra troppi ricorsi». Per il presidente dell’Uncem, il tema non è soltanto tecnico: «La montagna è una cosa seria. Gli enti locali e i Comuni pure». Da qui l’amarezza per il mancato coinvolgimento dell’associazione nei tavoli istituzionali e il timore che le tensioni tra i “palazzi” finiscano per scaricarsi sulle comunità locali e sui sindaci.
Pur nella critica, Bussone lancia un appello alla ricerca di soluzioni condivise. «Per chi la montagna è una cosa seria – afferma – occorre gettare ponti e togliere questo sistema dal disordine. Ci sarà pur un equilibrio sopra la follia».
Due letture differenti della stessa vicenda: da un lato il Governo, che assicura la tenuta del sistema e invita a una corretta interpretazione della riforma; dall’altro chi rappresenta i territori montani e denuncia ritardi, incertezze e il rischio di nuove fratture istituzionali. Un confronto destinato a proseguire nei prossimi mesi, mentre amministratori e comunità attendono risposte concrete su risorse, servizi e prospettive di sviluppo per le aree montane del Paese.












