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“La salute non è una tabella”: Di Ianni difende il ricorso dei Comuni contro il DCA 45/2026

Redazione di Redazione
13 Giugno 2026
in Attualità, In Evidenza, Molise, Politica, Sanità
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“La salute non è una tabella”: Di Ianni difende il ricorso dei Comuni contro il DCA 45/2026
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“Ho letto con attenzione la nota dei Commissari alla Sanità del Molise successiva alla decisione del TAR di sospendere il DCA 45/2026.”

Lo scrive in una nota stampa il primo cittadino di Cerro al Volturno Remo Di Ianni che replica ai commissari straordinari della sanità molisana.

“Da Sindaco di un piccolo comune dell’area interna che ha partecipato al ricorso sento il dovere di fare alcune riflessioni, perché quando si parla di sanità non stiamo discutendo di numeri, tabelle o procedure amministrative. Stiamo parlando della vita delle persone e del loro diritto ad essere assistite quando ne hanno bisogno. 

Parto da un punto che ritengo fondamentale. Nessuno è contro le Case di Comunità. Possiamo discutere sulle scelte fatte, su dove siano state localizzate e su come siano state programmate, ma nessuno è contrario al loro sviluppo. Così come nessuno è contrario alla telemedicina, all’innovazione tecnologica o al miglioramento dei servizi sanitari. Chi sostiene il contrario racconta una realtà che semplicemente non esiste.

I Sindaci che hanno promosso il ricorso non hanno mai chiesto di fermare il cambiamento. Hanno chiesto, più volte, una cosa molto semplice: essere ascoltati. Abbiamo chiesto che prima di modificare profondamente l’organizzazione dell’assistenza territoriale si valutassero concretamente le conseguenze che quelle scelte avrebbero avuto sui cittadini che vivono nei piccoli comuni, nelle aree montane e nei territori più lontani dai grandi centri. 

E non lo diciamo soltanto noi. 

Il TAR, concedendo la sospensione cautelare, ha ritenuto che le questioni sollevate dai Comuni siano serie e meritevoli di approfondimento, richiamando proprio la mancata valutazione delle peculiarità del territorio e il mancato coinvolgimento delle amministrazioni comunali. 

In sostanza, il Tribunale ha riconosciuto che le preoccupazioni espresse dai territori non erano affatto campate in aria. 

Per questo motivo trovo singolare il passaggio della nota dei Commissari nel quale si afferma che chi ha promosso il ricorso non avrebbe pienamente valutato lo stato dell’assistenza territoriale né le possibili conseguenze della propria scelta. 

Nessun Sindaco ricorre al TAR per hobby o per ragioni ideologiche. Lo fa quando ritiene di non essere stato ascoltato e quando vede messe a rischio esigenze reali delle comunità che rappresenta. 

I Sindaci che hanno promosso il ricorso conoscono bene la situazione della sanità territoriale, perché ne vivono ogni giorno le criticità insieme ai cittadini. Conoscono le carenze di personale, le difficoltà organizzative, i problemi dei servizi e le esigenze di chi vive nelle aree interne. Proprio per questo hanno chiesto che una riforma così importante fosse costruita ascoltando i territori e valutandone attentamente gli effetti.

Forse, più che contestare la scelta dei Comuni, sarebbe opportuno interrogarsi sulle ragioni che hanno portato decine di amministrazioni locali a sentirsi costrette a rivolgersi a un giudice per ottenere quell’attenzione e quel confronto che avevano chiesto fin dall’inizio. Se siamo arrivati a questo punto, probabilmente qualche riflessione sul metodo seguito, su chi ha scritto questa riforma e sul rapporto che si è scelto di avere con i territori andrebbe fatta. 

Del resto, se quelle preoccupazioni fossero state prive di fondamento, difficilmente il TAR avrebbe ritenuto necessario sospendere il provvedimento e approfondire nel merito le questioni sollevate dai Comuni. 

Quando tanti amministratori locali, appartenenti a territori diversi e spesso anche a sensibilità politiche differenti, arrivano alle stesse conclusioni, forse il problema non è che non abbiano compreso la riforma. Forse il problema è che quelle preoccupazioni avrebbero meritato di essere ascoltate prima. 

C’è poi una questione che continuo a non capire. 

Da mesi sentiamo parlare di razionalizzazione, efficientamento e risparmi.

Ma quanto si risparmia realmente? Qual è il beneficio concreto per il sistema sanitario regionale? Ad oggi nessuno lo ha spiegato. 

Se si chiede a una comunità di rinunciare a un servizio di prossimità, credo sia normale pretendere che venga spiegato con chiarezza cosa si guadagna in cambio.

Numeri alla mano. Perché altrimenti si chiede ai cittadini un sacrificio — e i cittadini delle aree interne di sacrifici ne fanno già tanti ogni giorno — senza spiegare quale vantaggio reale ne deriverebbe. La sanità nelle aree interne non pu essere valutata esclusivamente attraverso statistiche, algoritmi di spesa o accessi registrati. Nei piccoli comuni una sede di Continuità Assistenziale non è semplicemente un costo o una voce di bilancio.

È una sicurezza per un anziano che vive solo, una risposta per una famiglia che si trova ad affrontare un problema sanitario durante la notte, un punto di riferimento per chi vive lontano dagli ospedali. 

I Commissari affermano inoltre che non esisterebbe alcuna correlazione tra la riduzione delle sedi territoriali e l’aumento della pressione sui Pronto Soccorso. 

Se esistono studi, analisi o valutazioni scientifiche che dimostrano questa tesi, sarebbe giusto renderli pubblici. Perché fino ad oggi il confronto si è sviluppato più sulle affermazioni che sui dati. 

Chi amministra un piccolo comune conosce bene la realtà. 

Se una persona anziana si sente male durante la notte, in inverno, in un paese dell’area interna, non ragiona in termini di modelli organizzativi o di riforme sanitarie.

Ha bisogno di assistenza e ne ha bisogno subito. Se la Guardia Medica più vicina si trova a diversi chilometri di distanza e l’ospedale è poco più lontano, è del tutto naturale che molti cittadini scelgano di rivolgersi direttamente al Pronto Soccorso oppure di chiamare il 118. Non perché lo preferiscano, ma perché spesso non hanno alternative realistiche. 

Chi vive in una grande città forse fatica a comprendere questo problema.

Ma nelle aree interne, quando un presidio viene allontanato dal territorio e il 118 opera senza medico a bordo, le alternative diventano poche. Questa è la realtà con cui si confrontano ogni giorno le nostre comunità.

Negare questo legame significa non conoscere fino in fondo cosa voglia dire vivere in un piccolo comune montano, percorrere decine di chilometri in condizioni di emergenza, affrontare l’inverno, le difficoltà della viabilità e l’isolamento che caratterizza molte delle nostre aree. 

Siamo favorevoli alla tecnologia, alla digitalizzazione e alla telemedicina. Tuttavia non possiamo dimenticare che una parte importante della popolazione delle aree interne è composta da persone anziane che spesso vivono sole e che hanno difficoltà sia negli spostamenti sia nell’utilizzo degli strumenti digitali.

La tecnologia può aiutare e integrare i servizi, ma non potrà mai sostituire completamente la presenza fisica di un medico e la sicurezza che deriva dall’avere un presidio sanitario vicino. 

E non ci si venga a dire che una Guardia Medica non abbia alcun peso nella vita delle nostre comunità.

Nessuno ha mai sostenuto che una sede di Continuità Assistenziale, da sola, possa fermare lo spopolamento. Ma è altrettanto vero che quando un territorio perde progressivamente servizi essenziali — sanità, scuole, trasporti, uffici pubblici — diventa sempre più difficile viverci e sempre più difficile scegliere di restarci. 

La vera domanda resta sempre la stessa: qualcuno puo dimostrare che per un cittadino di un comune dell’area interna il nuovo sistema sarà davvero migliore? 

Perché è su questo che andrebbe costruito il confronto. 

Se tutte queste valutazioni fossero state realmente svolte e adeguatamente documentate, probabilmente oggi non ci troveremmo di fronte a una sospensione cautelare che ha ritenuto necessario fermare la riforma in attesa del giudizio di merito. 

Non considero la decisione del TAR una vittoria contro qualcuno. Quando si parla di salute non ci sono vincitori e vinti. 

La considero invece un’opportunità per fermarsi, ascoltare i territori e migliorare una riforma che oggi presenta ancora troppe domande senza risposta. 

Come Sindaco non difendo una sigla o una sede. Difendo il diritto dei cittadini ad avere un’assistenza sanitaria vicina, accessibile e adeguata. Le aree interne non chiedono privilegi. Chiedono semplicemente di essere ascoltate e di avere gli stessi diritti di chi vive nei grandi centri. 

A partire dal diritto fondamentale alla salute.”

Tags: Assenza guardia medicacommissario sanitàDca 45 2026MoliseRemo Di Ianniricorsi al TARSfascio servizio sanitario molisano
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