La storia, le tradizioni di una comunità sono elementi fondamentali che la caratterizzano.
A volte capita ad una comunità che siano state dimenticate, abbandonate. O per espressa volontà o perché la vita di quella comunità è stata letteralmente scombussolata e nella successiva ripresa della vita si è dovuto dare importanza ad elementi di primaria sussistenza, dimenticandosi così, progressivamente, delle cose non meno importanti, ma che non hanno la caratteristica della sopravvivenza.
A Roccaraso la totale distruzione perpetrata nell’autunno del 1943 dall’esercito tedesco ha disperso per sempre i documenti della sua storia ed ha cancellato quasi tutte le tradizioni che caratterizzavano la vita della sua gente, apprezzate anche dai turisti che dagli inizi del secolo scorso ci frequentavano numerosi ed assiduamente.
Tra queste “La Cavalcata dell’asino”, che si teneva il 16 agosto, ricorrenza di San Rocco. Una però, in particolare, è riemersa dalle ceneri delle macerie e proprio in questi giorni, precisamente il 25 giugno, era tornata a celebrare con l’accensione dei fuochi la ricorrenza di San Giovanni.
La sera all’imbrunire se ne accendevano cinque, uno per ogni contrada, forse qualcuno in più di quelli precedenti all’ultimo conflitto mondiale, perché la ricostruzione del paese estese a valle dell’antico borgo i suoi confini, delineando così delle contrade diverse.
Queste comprendevano quella più antica della Terra Vecchia, e in basso la contrada dell’UNRRA, quella del Pantano, di San Bernardino e di San Rocco.
Ogni anno e nei giorni precedenti, il sacro elemento fuoco veniva preparato raccogliendo nei boschi che circondano il paese le piante e i rami divelti dalle intemperie invernali. E così ci si sedeva davanti ai fuochi, più tardi si discuteva su quello più bello, sotto la prima brace si cuocevano le ultime patate rimaste nei freddi scantinati e per concludere spesso i fumi dell’alcol soppiantavano quelli dei fuochi in via di estinzione quando iniziava ad albeggiare.
Ma allora e per fortuna, di automobili ce n’erano ben poche e la gente era più saggia. Raccolte le sedie gli ultimi andavano barcollanti a dormire.
Poi un giorno arrivò il nuovo parroco, il compianto Don Renato, il quale amava santificare le ricorrenze dei santi anche al di fuori dei sacri muri e non so dirvi perché, all’improvviso la festosa e tradizionale ricorrenza dell’Apostolo dedito al primo battesimo e per noi corroborata dal sacro fuoco, fu spostata di quattro giorni per soppiantarlo con una coppia, anch’essa dedita all’apostolato e con il calibro nientemeno che di San Pietro e San Paolo, due pezzi da novanta, amen.
Povero il nostro San Giovanni, passò nel dimenticatoio, eppure il nostro primo vagito veniva seguito al più presto proprio dal suo battesimo, che per la maggior parte delle volte precedeva abbondantemente la Forca Caudina di San Pietro e le raccomandazioni illuminanti del socio in giornata.
Sono andato solo un paio di volte a scrutare i colori gialli e rossi dei fuochi “capitolini” e non riesco ad andarci di più e soffermarmi, magari per assistere infine agli altri fuochi, quelli pirotecnici.
Penso che San Giovanni ci sia rimasto male e qualcosa lassù si sia incrinata nei rapporti apostolici. O forse no. E sì,
perché Colui che li rese tali predicò in maniera chiara e forte la pace tra gli uomini a cui loro dovevano portare la voce. E quindi ripensandoci su, lassù probabilmente non è successo niente a seguito dell’iniziativa “Renatesca”.
Però, torno a confermarvi il mio tifo per San Giovanni, patrono di Torino, dove c’è la mia Juventus, che per certi versi ha fatto la fine del nostro apostolo dei fuochi. Amen!
Ugo Del Castello















