Quando Luigino Bellani delineava il ruolo della moderna sanità pubblica veterinaria, non immaginava un veterinario prevalentemente impegnato nella gestione degli adempimenti amministrativi. La sua visione era quella di un professionista che costituisse un presidio permanente di prevenzione, osservazione epidemiologica e supporto tecnico alle comunità, soprattutto nelle aree rurali e nei territori più fragili. Un professionista capace di conoscere gli allevamenti, dialogare con gli operatori, comprendere i sistemi produttivi, anticipare i rischi sanitari e rappresentare un punto di riferimento stabile per le istituzioni e per i cittadini.
A distanza di molti anni, le riflessioni espresse dal Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Generale Salvatore Luongo (https://www.youtube.com/watch?v=vpbb9dQT2E0&t=2528s), sembrano confermare come alcune intuizioni organizzative formulate da Bellani conservino ancora oggi una sorprendente attualità.
Pur operando in amministrazioni profondamente diverse e perseguendo finalità istituzionali differenti, entrambi convergono verso un medesimo principio: l’efficacia dello Stato dipende innanzitutto dalla qualità del professionista che vive il territorio, ne conosce le persone, interpreta i problemi e mette le proprie competenze al servizio della comunità, molto più che dalla quantità di procedure amministrative che è chiamato a svolgere.
Le considerazioni del Generale Luongo offrono infatti uno spunto che supera il solo ambito dell’Arma, delineando un modello di pubblica amministrazione fondato sulla prossimità operativa, sulla responsabilità professionale e sulla conoscenza diretta delle comunità. Si tratta di un modello che può essere esteso a tutti i servizi pubblici essenziali e trova nella sanità pubblica veterinaria una delle sue più naturali applicazioni.
L’elemento più interessante del ragionamento del Generale Luongo non consiste nell’introduzione di nuove tecnologie o nell’impiego dell’intelligenza artificiale. Tecnologie e intelligenza artificiale non rappresentano l’obiettivo, ma gli strumenti attraverso i quali perseguire un risultato molto più ambizioso: consentire ai professionisti di dedicare il proprio tempo alle attività che richiedono realmente la loro preparazione, la loro esperienza e la loro responsabilità.
Nel corso dell’intervista il Generale afferma chiaramente che l’Arma dei Carabinieri non nasce per fare burocrazia, ma per garantire la sicurezza dei cittadini attraverso la prevenzione, la presenza sul territorio e, quando necessario, la repressione. Da questa affermazione discende un principio organizzativo di carattere generale: tutte le attività amministrative che non richiedono la specifica competenza professionale dell’operatore dovrebbero essere semplificate, automatizzate o affidate ad altre figure, affinché il professionista possa dedicare il proprio tempo alle funzioni istituzionali ad alto valore tecnico e sociale. Lo scopo non è soltanto migliorare l’efficienza organizzativa, ma elevare la qualità delle prestazioni rese ai cittadini, valorizzando pienamente le competenze per le quali ciascun professionista è stato formato.
La prossimità come criterio di organizzazione dello Stato
Più che un modello organizzativo riferito ai Carabinieri o alla sanità veterinaria, quello delineato dal Generale Luongo rappresenta una vera e propria teoria della presenza professionale dello Stato. Carabinieri, medici di medicina generale, medici veterinari pubblici, forestali, tecnici della protezione civile e molte altre professioni condividono infatti la stessa funzione: rendere concreta la presenza della Repubblica nelle comunità attraverso professionisti competenti, stabilmente inseriti nel territorio e capaci di comprenderne i bisogni.
Questa presenza non coincide con un edificio, con una caserma o con un ufficio amministrativo. Coincide con una responsabilità professionale esercitata quotidianamente nei luoghi in cui vivono le persone. Lo Stato è realmente presente quando un professionista conosce il territorio, ne comprende le criticità e mette le proprie competenze al servizio della comunità. Questo cambio di paradigma appare pienamente coerente anche con le esigenze della sanità pubblica veterinaria.
Negli ultimi decenni anche la medicina veterinaria pubblica ha progressivamente assorbito un numero crescente di attività amministrative, documentali e procedurali. Molte di esse risultano indispensabili per garantire uniformità, tracciabilità e trasparenza dei controlli; altre, tuttavia, possono essere standardizzate, automatizzate o affidate ad altre figure professionali senza ridurre l’efficacia dell’azione sanitaria. La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: il tempo destinato all’osservazione diretta degli allevamenti, alla consulenza tecnica, alla prevenzione epidemiologica, allo studio delle dinamiche produttive e al rapporto continuativo con gli operatori si è progressivamente ridotto.
L’esperienza richiamata dal Generale Luongo suggerisce invece un principio semplice ma di grande valore organizzativo: ogni ora sottratta alla burocrazia deve trasformarsi in un’ora restituita al territorio.
Il medico veterinario pubblico è un professionista cui l’ordinamento affida una responsabilità tecnica non sostituibile. La sua funzione non consiste nella mera gestione di procedure amministrative, ma nell’esercizio di valutazioni tecnico-scientifiche che richiedono preparazione universitaria, autonomia professionale e assunzione di responsabilità. La sua competenza riguarda la valutazione clinica, epidemiologica, igienico-sanitaria e gestionale dei sistemi produttivi.
Per questa ragione appare opportuno ridefinire le competenze operative, distinguendo con chiarezza le attività che richiedono preparazione universitaria e responsabilità professionale da quelle che possono essere efficacemente svolte da altre figure tecniche.
Le verifiche standardizzate, i controlli documentali, la raccolta dei dati, il campionamento eseguito secondo protocolli codificati e la verifica di requisiti oggettivi costituiscono attività fondamentali ma non necessariamente riservate al medico veterinario. In molti casi esse possono essere affidate al personale tecnico della prevenzione specificamente formato, secondo le competenze attribuite dall’ordinamento e sotto la responsabilità dell’Autorità competente.
Il medico veterinario dovrebbe invece concentrare la propria attività sulle valutazioni di alto profilo specialistico: diagnosi, analisi epidemiologica e del rischio, valutazione del benessere animale, interpretazione integrata dei processi produttivi, consulenza agli operatori e alle amministrazioni locali, gestione delle emergenze sanitarie, programmazione della prevenzione, verifica dell’efficacia delle misure adottate e coordinamento delle attività ispettive.
Angelo Niro
(Presidente Ordine Medici Veterinari di Campobasso )
















