Il progetto di rinaturalizzazione e rewilding degli Appennini apre un nuovo fronte di confronto tra le politiche di tutela ambientale e il mondo dell’allevamento.
A sollevare perplessità sono gli allevatori riuniti nel Cospa, che chiedono di valutare con maggiore attenzione le conseguenze che le nuove strategie di gestione del territorio potrebbero produrre sulle aree montane e sulle attività agro-pastorali.
Al centro della discussione c’è un programma promosso da un’associazione con sede nei Paesi Bassi e sostenuto nell’ambito delle politiche europee, che punta alla progressiva restituzione di spazi naturali alle dinamiche degli ecosistemi.
Un’impostazione che, secondo i contestatori, rischierebbe però di non tenere sufficientemente conto delle specificità dei territori appenninici e del ruolo svolto storicamente dalla presenza degli allevamenti.
Uno degli aspetti maggiormente evidenziati riguarda la gestione dei pascoli. La riduzione delle attività di pascolamento e dell’alpeggio, sostengono gli allevatori, potrebbe determinare un aumento della vegetazione incolta e del materiale secco, con possibili ripercussioni anche sul fronte della prevenzione degli incendi.
Una questione particolarmente delicata in territori montani dove la manutenzione delle superfici rappresenta un elemento importante nella gestione complessiva del paesaggio.
La contrapposizione coinvolge anche il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e le strategie relative alla gestione di circa 20mila ettari di terreni gravati da usi civici, destinati, secondo quanto contestato dal mondo agricolo, a iniziative legate ai crediti di carbonio.
Su questo punto il Cospa ha già intrapreso la strada giudiziaria, presentando un ricorso al TAR. La posizione degli allevatori è che la presenza del bestiame non debba essere considerata esclusivamente sotto il profilo produttivo, ma anche come uno degli strumenti attraverso cui mantenere aperti i pascoli e contribuire alla gestione del territorio.
Nel confronto entra infine anche il tema della possibile presenza di grandi erbivori nelle aree appenniniche. Gli allevatori guardano con preoccupazione all’eventualità di eventuali progetti di reintroduzione di animali di grandi dimensioni, richiamando esperienze maturate in altri Paesi europei e ponendo interrogativi soprattutto in relazione alla sicurezza e alla viabilità.
Il nodo, dunque, va oltre la contrapposizione tra allevamento e conservazione della natura.
La discussione riguarda quale modello di gestione adottare per le aree interne e montane: da una parte le strategie di rinaturalizzazione e conservazione degli ecosistemi, dall’altra il mantenimento delle attività agro-pastorali che per secoli hanno contribuito a modellare il paesaggio appenninico.
Un confronto destinato a proseguire anche sul piano istituzionale e giudiziario, mentre resta aperta la questione di come conciliare tutela della biodiversità, prevenzione dei rischi ambientali e continuità delle attività economiche tradizionali.














