Era il 1966 quando Alfedena decise di trasformare in bronzo e pietra la memoria di un mestiere che aveva portato il nome del paese ben oltre i confini dell’Abruzzo. Sessant’anni dopo, il Monumento al Selciatore continua a raccontare una storia di fatica, emigrazione e straordinaria abilità artigiana, legata indissolubilmente alle strade di Roma.
Nella Villa comunale di Alfedena, tra gli alberi secolari, un uomo è seduto a terra, con le gambe divaricate e gli strumenti del mestiere tra le mani. E’ il selciatore: simbolo di generazioni di alfedenesi che, lasciando il proprio paese, raggiunsero le cave basaltiche dell’Agro Romano per lavorare quella pietra destinata a diventare parte del volto della Capitale.
Il monumento, realizzato dallo scultore Sandro Pagliuchi, fu inaugurato nel 1966 e volle essere un omaggio a quegli uomini che, con esperienza e tenacia, squadravano e modellavano la pietra, realizzando selci e cordoli utilizzati per pavimentare strade e piazze. Una memoria scolpita anche nella grande lapide posta ai piedi della statua, dove Alfedena si dichiara «orgogliosa e riconoscente» verso i suoi lavoratori
La storia dei selciatori alfedenesi è strettamente intrecciata con la crescita di Roma. Con l’espansione della città, soprattutto dopo l’Unità d’Italia, aumentò enormemente la richiesta di manodopera specializzata e di materiali per le pavimentazioni. Fu in questo contesto che numerosi lavoratori provenienti da Alfedena, trovarono nelle cave di basalto a sud-est della Capitale una possibilità di lavoro e di riscatto.
Nel 1890, a Monte Compatri, venne fondata la Cooperativa dei Selciaroli di Alfedena, espressione di una comunità di lavoratori specializzati che operava nelle zone estrattive della località Laghetto, lungo l’area della via Casilina. Quel legame tra Alfedena e il territorio romano è
rimasto così forte da essere ricordato ancora oggi come una pagina importante della storia comune delle due comunità.
I selciatori non si limitavano a spaccare la pietra. Il loro era un sapere costruito sull’esperienza, tramandato attraverso gesti precisi e una profonda conoscenza del materiale. Bisognava osservare il blocco, individuarne le caratteristiche e lavorarlo con gli strumenti del mestiere fino a ricavare gli elementi destinati alle diverse esigenze della pavimentazione. Un’arte dura, faticosa, quasi chirurgica, nella quale la forza delle braccia doveva accompagnarsi alla precisione dell’occhio e della mano.
Quando si cammina sulle antiche pavimentazioni di Roma, è difficile non pensare ai celebri sampietrini. Il loro nome è legato alla pavimentazione dell’area di San Pietro e il loro utilizzo si diffuse progressivamente nella città, diventando uno degli elementi più riconoscibili del paesaggio urbano romano. Nel corso dei secoli, e in maniera sempre più intensa con lo sviluppo della Capitale moderna, la lavorazione dei selci divenne un settore che richiese competenze altamente specializzate.
In questa storia c’è anche Alfedena.
Per decenni, uomini del piccolo borgo dell’Alto Sangro partirono per seguire il lavoro, trascorrendo lunghi periodi lontani dalle proprie case. Alcuni raggiungevano stagionalmente le cave, altri finirono per stabilirsi nei pressi dei luoghi di estrazione, dando vita a comunità nelle quali la presenza alfedenese lasciò un segno profondo. A Laghetto, nel territorio di Monte Compatri, questa vicenda rappresenta ancora oggi una parte significativa della memoria locale.
Nel 1966 Alfedena volle dunque restituire a quei lavoratori ciò che il tempo rischiava di cancellare: il riconoscimento pubblico di una storia collettiva.
Sessant’anni dopo, quella statua racconta le partenze, i sacrifici, le famiglie divise per il lavoro e il ritorno a casa. Ma racconta anche l’orgoglio di un paese che ha saputo riconoscere, in quei selciatori, una parte importante della propria identità.
Il lavoratore scolpito nel bronzo è ancora lì. Davanti a lui, idealmente, c’è la pietra da lavorare. Dietro di lui ci sono secoli di storia. Tra quelle mani, tra quelle pietre e tra le strade di Roma, c’è anche un pezzo di Alfedena.














