Ci sono idee che nascono da lontano e che, a distanza di secoli, tornano sorprendentemente attuali. È il caso della riflessione sull’habitus aristotelico, riletta dal professor Antonio Giordano nel suo lavoro dedicato al rapporto tra etica, scienza ed eccellenza.
Il concetto è semplice, ma profondo: l’eccellenza non nasce da un gesto straordinario, bensì dalla ripetizione nel tempo di comportamenti corretti. Si osserva, si prova, si corregge, si ripete. E ciò che funziona, con il tempo, diventa abitudine, poi competenza e infine cultura. È una chiave di lettura che può essere applicata anche alle aree interne e, in particolare, al rapporto tra territorio, produzioni tradizionali, sanità pubblica veterinaria e sviluppo economico.
Perché molte delle cose che oggi chiamiamo “tradizioni” sono nate proprio così. Per secoli le comunità rurali hanno imparato a utilizzare ciò che avevano a disposizione. Il latte diventava formaggio, la carne veniva trasformata e conservata, le produzioni agricole trovavano nuove forme di utilizzo. Non esistevano manuali di autocontrollo, diagrammi di processo o protocolli moderni.
Si imparava lavorando accanto a qualcuno che sapeva già fare. Si osservava il comportamento degli animali, la temperatura, l’umidità, i tempi di lavorazione e di stagionatura. Una pratica efficace veniva conservata e trasmessa; una pratica che dava risultati negativi veniva modificata o abbandonata.
Naturalmente questo non significa idealizzare il passato o contrapporre il sapere tradizionale alla scienza moderna. È esattamente il contrario. La scienza può oggi incontrare quel patrimonio di conoscenze, comprenderne i meccanismi, verificarne la sicurezza e correggerne i limiti. È probabilmente questo uno degli aspetti più interessanti quando si parla di Piccole Produzioni Locali.
La Carta FNOVI per il rilancio delle aree interne introduce una prospettiva che va nella stessa direzione: un territorio non si ricostruisce attraverso interventi occasionali, ma attraverso la continuità.
Scuole, servizi sanitari e veterinari, formazione, trasporti, presìdi e competenze professionali non possono essere considerati elementi accessori. Sono parte dell’infrastruttura che permette a una comunità di rimanere viva. La differenza è importante. Un progetto ha generalmente un inizio e una fine. Un metodo, invece, diventa parte dell’organizzazione ordinaria di un territorio.
E quando una buona pratica viene ripetuta, verificata e condivisa, può trasformarsi in una consuetudine. In altre parole, in un habitus. È qui che la riflessione filosofica incontra una questione molto concreta: come fare in modo che le aree interne tornino a produrre, lavorare e generare reddito senza perdere la propria identità?
Le Piccole Produzioni Locali non dovrebbero essere necessariamente il punto di partenza. Il punto di partenza dovrebbe essere il territorio. Prima ci sono le comunità, gli allevamenti, le coltivazioni, le conoscenze, le materie prime e le tradizioni produttive. Intorno a questo patrimonio devono essere ricostruiti servizi, competenze, formazione, assistenza, collegamenti istituzionali e condizioni amministrative adeguate.
A quel punto la piccola produzione locale può tornare a svolgere la sua funzione originaria: trasformare le risorse locali in alimenti, lavoro e reddito. È un passaggio decisivo. Molti prodotti che oggi consideriamo patrimonio gastronomico sono nati infatti da una necessità concreta: conservare ciò che si produceva, utilizzarlo nel tempo, scambiarlo e ricavarne sostentamento.
Dietro un formaggio, un salume, una conserva o un prodotto da forno non c’è soltanto una ricetta. C’è un patrimonio di conoscenze accumulato attraverso generazioni. Conservarlo soltanto come testimonianza del passato, però, rischia di svuotarlo del suo significato.
In questa prospettiva il Parco Nazionale del Matese può rappresentare un terreno particolarmente interessante. Il tema della tutela ambientale può infatti essere affrontato non soltanto attraverso il principio del divieto, ma anche attraverso una gestione attiva del patrimonio naturale e umano.
Allevatori, agricoltori, pastori, piccoli produttori e professionisti non sono necessariamente elementi estranei alla tutela. In molti casi sono parte della storia che ha contribuito a costruire il paesaggio che oggi si vuole proteggere. Questo non significa trasformare un’area protetta in un territorio privo di regole.
Significa, piuttosto, rendere compatibili tutela, lavoro, sicurezza e permanenza delle comunità.
Un piccolo caseificio più sicuro, un pascolo gestito meglio, una produzione tradizionale resa economicamente sostenibile, un allevatore che può contare su servizi veterinari e formazione, un giovane che trova nel proprio territorio una possibilità professionale: sono tutti tasselli dello stesso disegno. Ed è proprio qui che il Matese potrebbe diventare qualcosa di più di un semplice caso locale.
Potrebbe diventare un luogo nel quale verificare se sia possibile costruire una nuova idea di conservazione: non conservare un territorio svuotandolo delle persone, ma conservarlo anche mettendo le persone nelle condizioni di continuare ad abitarlo e lavorarci. La vera forza di questo approccio sta in un apparente paradosso. Un metodo può essere comune, ma i risultati non devono necessariamente essere uguali.
Il Matese non è la Costa dei Trabocchi. Un’area montana non è una pianura agricola. Un territorio caratterizzato dall’allevamento non ha le stesse esigenze di uno fondato sulle coltivazioni o sulla trasformazione dei prodotti vegetali. Per questo i principi possono essere nazionali, mentre le soluzioni devono rimanere territoriali.
Conoscere il luogo significa conoscere anche i suoi rischi, le sue risorse, le sue distanze, i suoi servizi, la sua storia produttiva e soprattutto le persone che lo abitano. È questa, in fondo, la phronesis aristotelica: non applicare una regola in maniera meccanica, ma saper individuare la soluzione appropriata alla situazione concreta.
A questo punto il filo che unisce Aristotele, la riflessione di Antonio Giordano, la Carta FNOVI, le Piccole Produzioni Locali e il futuro del Matese diventa più chiaro. Non basta avere una buona idea. Occorre creare le condizioni perché quella buona idea possa essere ripetuta, verificata e trasformata in una pratica stabile.
Forse il vero sogno per le aree interne non è semplicemente recuperare ciò che esisteva un tempo. È riuscire a portare nel futuro ciò che del passato possiede ancora un valore, utilizzando la scienza per renderlo più sicuro, le istituzioni per sostenerlo e l’economia per renderlo duraturo.
In questa prospettiva, una Piccola Produzione Locale non è soltanto un prodotto. È il risultato visibile di qualcosa di molto più grande: un territorio che ricomincia a funzionare. E quando un territorio torna a funzionare, il sogno di conservare ambiente, tradizioni, lavoro e comunità smette di essere soltanto un auspicio. Può finalmente diventare realtà.
Angelo Niro – Presidente Ordine Medici Veterinari di Campobasso














