Dopo venticinque anni di piani, abbattimenti, catture, selecontrollo, recinzioni, indennizzi, progetti e finanziamenti pubblici, la domanda non può più essere soltanto quanti cinghiali abbiamo rimosso, ma soprattutto: che risultati abbiamo ottenuto?
È questo il punto centrale di una riflessione nata a margine del recente confronto sul problema del cinghiale in Italia. Perché elencare operatori formati, animali catturati o abbattuti, strutture realizzate e progetti finanziati racconta ciò che è stato fatto, ma non necessariamente dimostra che l’emergenza sia stata ridimensionata. I veri indicatori dovrebbero essere altri: danni agricoli, incidenti stradali, presenza problematica degli animali, costi sostenuti e condizioni di sicurezza di chi vive e lavora nelle aree rurali.
Dopo un quarto di secolo, sarebbe ragionevole disporre di una memoria storica capace di dire non soltanto quali interventi siano stati realizzati, ma quali abbiano funzionato, quali abbiano fallito e quali siano stati corretti. Il rischio, altrimenti, è quello di trasformare un’emergenza in una sua gestione permanente, senza arrivare mai alla verifica definitiva del risultato.
La questione cinghiali non è più soltanto venatoria. È contemporaneamente sanitaria, agricola, stradale e di sicurezza pubblica. La peste suina africana, i danni alle colture, gli incidenti e la presenza degli animali nei centri abitati impongono una regia che superi la semplice somma delle competenze di Regione, Comuni, Province, aree protette, ATC, servizi veterinari, agricoltori, cacciatori, forze dell’ordine e gestori delle strade.
Il problema, dunque, diventa soprattutto una questione di governo: chi coordina? Chi decide gli obiettivi? Entro quale termine devono essere raggiunti?
Anche l’esperienza francese offre uno spunto interessante: quando la presenza dei cinghiali assume una dimensione di danno, rischio sanitario o sicurezza pubblica, il prefetto può disporre interventi amministrativi e ricorrere a figure incaricate di una vera missione pubblica. Non si tratta di cancellare competenze locali o ruolo dei cacciatori, ma di stabilire chi debba ricomporle quando il problema supera la normale gestione venatoria.
In questo quadro, anche il confronto sulle responsabilità istituzionali dovrebbe essere più equilibrato. Il Parco Nazionale del Matese ha competenze proprie nell’area protetta, ma la questione cinghiali travalica ampiamente i suoi confini. Un ruolo centrale appartiene anche all’amministrazione regionale, soprattutto per quanto riguarda la gestione faunistico-venatoria e i danni provocati dalla fauna. La domanda, in fondo, dovrebbe essere uguale per tutti: quali competenze avevi, cosa hai fatto e quale risultato hai prodotto?
Un altro capitolo riguarda la valorizzazione delle carni di selvaggina. Una filiera può rappresentare un’opportunità, ma a una condizione precisa: deve essere funzionale al contenimento e non diventare il motivo per cui il contenimento viene condizionato.
Prima si dovrebbe stabilire quanto deve diminuire la popolazione dei cinghiali; soltanto dopo organizzare la destinazione delle carcasse.
E prima di costruire nuove strutture sarebbe opportuno verificare quelle già disponibili: centri di lavorazione della selvaggina, laboratori, macelli e stabilimenti autorizzati. Occorre sapere quali siano attivi, quali sottoutilizzati e quali eventualmente recuperabili, valutando capacità, celle frigorifere, personale, reflui e sottoprodotti.
Le esperienze internazionali dimostrano inoltre che una struttura tecnicamente perfetta non è automaticamente una struttura economicamente efficace. Alcuni modelli studiati in Scozia, Svezia e Norvegia hanno evidenziato problemi legati a costi, refrigerazione, personale e soprattutto alla continuità dell’attività. Il progetto CIN-EAT dell’Università della Tuscia, per esempio, considera una capacità di circa 36 animali alla settimana: un dato potenzialmente adeguato a una filiera locale, ma assai diverso dalle esigenze di un’operazione straordinaria di contenimento.
La domanda da porsi davanti a ogni investimento pubblico è quindi semplice: quale alternativa è stata confrontata, quanto costa e quanti animali può realmente trattare? Il paradosso della filiera: se il contenimento funziona, i cinghiali devono diminuire Qui emerge una contraddizione che merita particolare attenzione.
Una normale attività economica tende ad avere bisogno di una materia prima stabile o crescente. Una politica di contenimento efficace dovrebbe invece produrre l’effetto opposto: meno cinghiali, anno dopo anno.
È il problema dei cosiddetti perverse incentives: un sistema costruito per raggiungere un determinato obiettivo può, se progettato male, creare interessi indirettamente contrari a quell’obiettivo.
Non significa accusare qualcuno di voler aumentare la popolazione dei cinghiali. Significa semplicemente ricordare una regola elementare: se il contenimento funziona, la materia prima diminuisce e la filiera deve essere in grado di adattarsi. Non può accadere il contrario, con una politica pubblica costretta a mantenere una disponibilità di animali per sostenere un’attività economica.
Anche la comunicazione sulla carne di selvaggina dovrebbe essere improntata alla massima correttezza: può essere un alimento di qualità, ma non diventa automaticamente “genuino” soltanto perché proviene da un animale selvatico. La sicurezza passa dai controlli e dalla corretta informazione, senza propaganda ma anche senza allarmismi.
Il vero rischio? Che il territorio perda i suoi abitanti Ma c’è un aspetto ancora più profondo. Un agricoltore non coltiva per essere risarcito: coltiva per raccogliere.
Quando i danni si ripetono su terreni piccoli, marginali e poco redditizi, può arrivare il momento in cui abbandonare diventa economicamente più razionale che continuare. E allora il danno non è più soltanto quello del raccolto distrutto: è il territorio che smette di essere coltivato.
Un pascolo che non viene più utilizzato, un bosco nel quale non si lavora, un sentiero che non viene più percorso, un terreno agricolo che torna a essere cespuglio. E insieme a questi spazi diminuiscono agricoltori, allevatori, pastori e boscaioli: quelle persone che, per generazioni, hanno garantito un presidio quotidiano delle aree interne.
Non si può attribuire al cinghiale la responsabilità dello spopolamento, che ha cause economiche e sociali molto più profonde. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare che il danno ripetuto può diventare l’ultima spinta che convince qualcuno ad andarsene.
Ed è qui che anche le politiche di conservazione devono interrogarsi. Se aumentano divieti e limitazioni alle attività umane senza una gestione altrettanto efficace della fauna, il rischio è innescare una spirale: meno persone sul territorio, più spazi abbandonati, maggiori rifugi per gli animali, più pressione sulle aziende rimaste e nuovi abbandoni.
Paradossalmente, potrebbero persino diminuire gli indennizzi non perché il problema sia stato risolto, ma perché non ci sono più terreni coltivati da danneggiare. Un miglioramento apparente dei bilanci pubblici pagato, però, con abbandono, dissesto, incendi e perdita del paesaggio rurale.
La vera sfida, allora, non consiste soltanto nel decidere quanti cinghiali abbattere. Bisogna stabilire quale territorio vogliamo conservare e, soprattutto, per chi.
Gli indicatori del successo non dovrebbero essere soltanto il numero degli animali rimossi, ma anche quanti agricoltori continuano a seminare, quanti allevatori riescono a portare gli animali al pascolo, quanti lavoratori continuano a frequentare i boschi e quanti ettari rimangono produttivi e abitati. Dopo venticinque anni, aggiungere semplicemente un altro progetto all’emergenza non basta più. Servono numeri, risultati verificabili, errori riconosciuti e correzioni concrete.
Perché nelle aree interne conservare non può significare soltanto proteggere la fauna. Significa anche permettere a chi coltiva, alleva e lavora il territorio di continuare a viverci.
Se alla fine se ne vanno gli agricoltori, gli allevatori e i lavoratori del bosco e restano soltanto i cinghiali, non avremo conservato il territorio. Avremo semplicemente conservato il problema.
Angelo Niro

















