Nel precedente articolo avevamo concluso con una promessa molto semplice: prima di continuare a parlare della montagna, dei suoi problemi e soprattutto delle possibili soluzioni, avremmo provato ad ascoltare chi
in montagna continua ancora a vivere e a lavorare, perché denunciare ciò che non funziona è relativamente facile, mentre diventa molto più difficile costruire proposte concrete capaci di reggere alla prova della realtà.
La sera del 1° ottobre abbiamo cominciato a farlo, senza grandi convegni, senza tavoli affollati e senza la pretesa di rappresentare un intero territorio attraverso poche persone riunite attorno a un tavolo. Eravamo pochi, questo è vero, ma c’erano alcuni giovani motivati, persone che conoscono il territorio e il sindaco di Roccamandolfi, e forse proprio la dimensione ridotta dell’incontro ha consentito di parlare con maggiore libertà delle cose che realmente preoccupano chi continua a vivere e lavorare nelle aree interne.
Dopo il saluto iniziale, è stato il sindaco di Roccamandolfi, Giacomo Lombardi, a introdurre il primo problema concreto: quello della fauna selvatica e, in particolare, del cinghiale, che ormai non rappresenta soltanto una questione di danni alle coltivazioni.
Quando gli animali arrivano nei centri abitati, attraversano le strade, rendono insicuro il lavoro nei campi e possono distruggere in poche ore il risultato di mesi, la questione cambia natura. Dopo anni di danni, denunce e attese per gli indennizzi, molti agricoltori smettono semplicemente di denunciare, poi rinunciano a coltivare i terreni più esposti, riducono l’attività e, quando possono, cambiano mestiere.
Il danno vero, quindi, non è soltanto il raccolto perduto, ma il terreno che non viene più coltivato, il pascolo che si chiude e l’azienda che rinuncia a investire. Per questo sicurezza pubblica, lavoro e gestione della fauna sono ormai questioni inseparabili.
Proprio su questo tema ho ricordato durante l’incontro il lavoro che sta svolgendo un giovane collega in una tesi di specializzazione che sarà discussa alla fine di novembre presso l’Università Federico II di Napoli, nella quale il problema viene affrontato non come una semplice questione venatoria, ma come la sovrapposizione di diverse emergenze, fra le quali assume un peso crescente quella della sicurezza pubblica e della possibilità stessa di esercitare normalmente il proprio lavoro nelle campagne.
È importante essere precisi: non si tratta di uscire dalla legislazione sulla fauna, ma di riconoscere che un problema di queste dimensioni non può essere ridotto al calendario venatorio o alla sola attività ordinaria dei cacciatori.
La normativa nazionale prevede già strumenti straordinari di gestione e contenimento e il Piano straordinario del 2023 indica, tra gli obiettivi, la riduzione degli impatti sulle attività umane e sulla sicurezza pubblica, il monitoraggio di danni e incidenti, l’individuazione delle aree critiche, obiettivi quantitativi e la possibilità di ricalibrare gli interventi sulla base dei risultati, anche nelle aree protette.
È proprio questo il punto centrale della tesi: quando il fenomeno supera una certa soglia serve un intervento coordinato su un territorio sufficientemente ampio, per un periodo definito, con responsabilità chiare e risultati misurabili. Non conta soltanto quanti interventi si fanno o quanti capi vengono prelevati, ma se diminuiscono incidenti, danni e criticità e se torna possibile lavorare e muoversi con maggiore sicurezza.
Se gli indicatori dimostrano che l’intervento non funziona, occorre correggerlo in corso d’opera, modificandone strumenti, intensità o durata. La discussione sul cinghiale ci ha così portati a una questione più ampia: lo stesso metodo dovrebbe valere per tutte le politiche rivolte alle aree interne.
Da molti anni investiamo risorse contro lo spopolamento, per sostenere l’agricoltura, per favorire i giovani, per tutelare il territorio e per costruire sviluppo, mentre contemporaneamente in molti comuni continuano a diminuire gli abitanti, aumenta l’età media, scompaiono attività economiche e diventano sempre più difficili da mantenere scuola, sanità, trasporti, sportelli pubblici e servizi privati.
Si crea così un circuito perverso: meno persone significa meno reddito e meno domanda locale, meno reddito significa meno attività economiche, meno attività significa servizi sempre più difficili da sostenere e meno servizi rendono ancora meno conveniente restare.
Dentro questo circuito c’è poi una domanda che prima o poi dovremo avere il coraggio di porci: quanta parte delle risorse destinate alle aree interne rimane realmente nelle aree interne? Non è una critica alla ricerca, alla formazione o alla consulenza, che sono indispensabili quando servono a risolvere un problema, ma se un progetto destinato alla montagna produce soprattutto studi, piattaforme, convegni, missioni, incarichi e lavoro svolto nelle città, mentre nel paese destinatario continuano a diminuire abitanti, aziende e servizi, allora forse abbiamo misurato molto bene il processo e molto male il risultato.
È la stessa contraddizione che, in forma ironica, può essere raccontata dicendo che tutto è stato progettato, tutto è stato realizzato, tutto è stato rendicontato e alla fine il problema è rimasto esattamente dove si trovava.
Nella bozza della Carta di Roccamandolfi abbiamo chiamato questa situazione la “palude dell’irresponsabilità”: molti soggetti partecipano, progettano, finanziano, eseguono e controllano, ma diventa difficilissimo capire chi debba rispondere se il risultato promesso non arriva.
La proposta prova perciò a rovesciare il metodo: un progetto deve dichiarare prima di cominciare quale problema intende modificare, quale risultato vuole ottenere, con quale indicatore lo misurerà e in quale tempo; riunioni, corsi, sopralluoghi e somme spese restano indicatori dell’attività svolta, ma non possono più essere confusi con il risultato.
Non è soltanto una aspirazione teorica, perché lo stesso Codice dei contratti pubblici del 2023 ha posto il principio del risultato al centro dell’attività delle stazioni appaltanti, collegandolo a efficienza, efficacia ed economicità.
La domanda dovrebbe quindi diventare quasi elementare: che cosa è cambiato grazie ai soldi spesi?
Ed è qui che entra la Carta di Roccamandolfi. Non immaginiamo un altro documento da mettere in un cassetto né un nuovo tavolo permanente nel quale tutti possano parlare e nessuno debba decidere.
La Carta nasce dall’idea opposta: ascoltare preventivamente le comunità, affidare le decisioni agli enti che ne hanno titolo e responsabilità, individuare chi risponde dell’attuazione e misurare ciò che realmente cambia.
L’Ordine dei Medici Veterinari di Campobasso ha già formalizzato questo percorso, recependo la proposta di collaborazione con il Parco nazionale del Matese, già condivisa dal suo Presidente pro tempore, e chiedendo ai Comuni dell’area matesina di esaminarne i principi e di coinvolgere le rispettive comunità nella raccolta di esigenze, criticità e proposte.
Durante l’incontro abbiamo quindi chiesto al sindaco di Roccamandolfi di farsi promotore presso gli altri sindaci dell’area matesina affinché valutino un atto di sostegno al percorso e, soprattutto, aiutino a far partecipare le persone prima che il documento venga chiuso.
Questo passaggio è essenziale, perché il momento per coinvolgere realmente le comunità è nella fase in cui Piano e Regolamento sono ancora in costruzione.
Un territorio, però, non è soltanto l’insieme delle specie, dei boschi e dei paesaggi che contiene: è anche il risultato del rapporto costruito nel tempo fra ambiente e comunità che lo hanno abitato, lavorato e custodito. Proteggere quel territorio significa quindi conservare la natura senza recidere quelle radici umane che hanno contribuito a formarla.
La cosa forse più sorprendente è che, leggendo attentamente le norme, molte delle esigenze che vengono raccontate come incompatibili con un Parco non lo sono affatto.
La legge quadro sulle aree protette non parla soltanto di conservazione, ma indica espressamente tra le proprie finalità l’integrazione tra uomo e ambiente naturale, la salvaguardia delle attività agro-silvo-pastorali e tradizionali e perfino la possibilità di promuovere e sperimentare attività produttive compatibili. Il regolamento del Parco deve valorizzare usi, costumi, consuetudini e attività tradizionali delle popolazioni residenti.
Il decreto del 22 aprile 2025 sul Matese è ancora più concreto di quanto spesso si immagini. Perfino nella zona 1, cioè quella sottoposta alla tutela più forte, sono previste, previo nulla osta nei casi indicati, opere tecnologiche e piccoli impianti funzionali agli edifici esistenti per l’approvvigionamento idrico, elettrico, antincendio e per le telecomunicazioni, oltre ad opere di adduzione dell’acqua destinata al consumo umano e alle attività agro-silvo-pastorali; nelle aree dove sono presenti coltivazioni o strutture della precedente attività agro-silvo-pastorale sono inoltre contemplati limitati ampliamenti di strutture rurali esistenti destinati all’adeguamento igienico-sanitario o ad usi pertinenti alla conduzione del fondo, nei limiti e con le valutazioni previste dalla norma.
Tradotto in un linguaggio normale significa che acqua, possibilità di lavarsi, servizi igienici, energia minima e possibilità di comunicare non sono capricci di chi pretende di urbanizzare la montagna: sono condizioni elementari affinché un uomo possa lavorare dignitosamente dove gli si chiede di rimanere per ore o per giorni.
Da questa lettura nasce anche la proposta di studiare strutture stagionali leggere e reversibili per il ricovero degli animali e piccoli laboratori mobili per la trasformazione in quota, ad esempio recuperando e adattando vecchie carrozzerie isotermiche provenienti dal trasporto alimentare, naturalmente sottoposte ai requisiti sanitari previsti.
Non significa sostenere che oggi qualunque container possa essere collocato liberamente in zona 1, ma chiedere che il futuro Piano e Regolamento prevedano chiaramente quando una struttura realmente temporanea, completamente rimovibile e collegata alla stagione di pascolo possa rappresentare una soluzione ambientalmente migliore rispetto alla costruzione permanente o al continuo andirivieni di trattori, botti d’acqua e mezzi destinati a portare ogni giorno il latte a valle.
La Carta propone esattamente questo metodo: non giudicare soltanto ciò che si vede, ma confrontare l’impatto complessivo delle alternative.
Lo stesso vale per le manifestazioni tradizionali storicamente documentate, come quelle legate da decenni o secoli alla cultura pastorale di una comunità: non dovrebbero essere automaticamente assimilate ad una sagra occasionale, ma riconosciute come parte della storia del luogo e rese compatibili attraverso parcheggi collocati nelle aree adatte, servizi igienici mobili, controllo del traffico, corretta gestione dei rifiuti, protezione del cotico erboso e ripristino dei luoghi.
Tutelare una tradizione non significa lasciare che venga svolta senza regole; significa scrivere regole che ne permettano la continuazione senza compromettere ciò che il Parco deve proteggere.
Un altro capitolo fondamentale riguarda gli usi civici e i domini collettivi, perché la legge n. 168 del 2017, che raccoglie una concezione del rapporto fra comunità e territorio molto vicina alla riflessione di Paolo Grossi, riconosce i domini collettivi come ordinamenti giuridici primari delle comunità originarie e conserva ai beni collettivi una funzione produttiva, ambientale e intergenerazionale.
La stessa legge, quando vi siano procedimenti di assegnazione di terre collettive, impone agli enti esponenziali di dare priorità ai giovani agricoltori.
Prima ancora di inventare nuovi incentivi, quindi, sarebbe utile sapere quali terre possediamo, dove sono, chi ne è titolare, quali pascoli vengono utilizzati, dove sono sorgenti, abbeveratoi, strade rurali e manufatti, quali concessioni esistono e quali rendite producono.
Da qui l’idea di un Atlante pubblico degli usi civici e delle risorse comunitarie, che potrebbe essere costruito anche coinvolgendo giovani del Servizio civile nelle attività di ricognizione, digitalizzazione e georeferenziazione, sotto la guida degli uffici e dei tecnici competenti. Non un altro studio astratto, ma uno strumento che dica finalmente alla comunità che cosa possiede e come può utilizzarlo.
Anche la futura PAC 2028-2034, che è ancora una proposta e dovrà essere negoziata prima dell’entrata in vigore, può diventare un’occasione se verrà letta non soltanto come una nuova distribuzione di contributi, ma come possibilità di collegare maggiormente agricoltura, sviluppo rurale e programmazione territoriale.
La Commissione propone Piani nazionali e regionali di partenariato più flessibili e adattati ai bisogni locali, con risorse per agricoltura, giovani, investimenti e comunità rurali.
La Carta potrebbe chiedere che una parte di questa programmazione venga utilizzata per mettere insieme terre collettive, giovani che vogliono lavorarle, sostegno alle piccole aziende, manutenzione produttiva del territorio e servizi necessari per rimanere, senza trasformare la PAC giuridicamente in un uso civico ma attribuendole una vera funzione territoriale e comunitaria.
Rimane infine la questione più semplice e forse più difficile: la burocrazia. Se per aprire un piccolo laboratorio esistono già norme sanitarie, urbanistiche, ambientali e procedure SUAP, il compito del Parco dovrebbe concentrarsi sugli aspetti ulteriori effettivamente necessari alla tutela dell’area protetta, evitando duplicazioni di discipline e adempimenti già regolati da altre amministrazioni.
Ogni prescrizione aggiuntiva dovrebbe avere una ragione concreta, essere proporzionata al rischio e produrre un beneficio verificabile; ogni nuovo adempimento locale che non derivi obbligatoriamente da una norma superiore dovrebbe, per quanto possibile, sostituire, semplificare o accorpare un onere equivalente. La tutela non diventa più efficace perché aumenta il numero delle carte.
Anche i vincoli locali aggiuntivi dovrebbero avere, quando la legge lo consente, un obiettivo, una durata e un momento di verifica, perché un divieto nato per affrontare una determinata situazione non dovrebbe trasformarsi automaticamente in un divieto permanente soltanto perché non ne viene periodicamente verificata la necessità.
Da quella piccola riunione non è uscita quindi la pretesa di aver trovato la soluzione ai problemi del Matese. È uscita, forse, una cosa più utile: la conferma che molte delle domande che avevamo posto nel primo articolo non erano astratte.
Chi lavora in montagna chiede di poter lavorare senza vedere distrutto il raccolto, di poter vivere con un reddito dignitoso, di avere acqua, servizi, strade e comunicazioni normali, di non trascorrere una parte crescente della propria vita a dimostrare attraverso moduli che sta facendo ciò che tutti possono vedere con i propri occhi, e soprattutto di essere ascoltato prima che altri decidano come dovrà utilizzare il territorio nel quale continua a vivere.
La Carta di Roccamandolfi dovrebbe servire precisamente a questo: non a dire al Parco che cosa non deve fare, ma ad aiutare Parco, Comuni e comunità a stabilire insieme che cosa vogliamo ottenere, chi deve farlo, con quali strumenti e come verificheremo se ci siamo riusciti.
Per questo il passaggio successivo non dovrebbe essere un altro convegno. Dovrebbe essere molto più semplice: portare questa bozza nei Comuni del Matese, chiedere ai sindaci di discuterla con le proprie comunità, ascoltare agricoltori, allevatori, boscaioli, artigiani, giovani e residenti, correggere ciò che abbiamo sbagliato e aggiungere ciò che abbiamo dimenticato, per poi consegnare al Parco un documento costruito prima del Piano e del Regolamento e non una protesta scritta quando tutto sarà già deciso.
Se davvero vogliamo che la montagna non diventi un museo, forse dobbiamo cominciare proprio da qui: smettere di misurare soltanto quante risorse vi abbiamo portato, quanti progetti abbiamo finanziato e quante riunioni abbiamo organizzato, e tornare a misurare una cosa molto più semplice, che era già la domanda con cui avevamo chiuso il primo articolo: quante persone riescono ancora a vivere dignitosamente in montagna grazie al proprio lavoro, e quante decidono invece di andarsene perché restare è diventato troppo difficile?
Tutto il resto, se non modifica quella risposta, rischia di essere soltanto un’altra bellissima relazione sulla montagna che stiamo perdendo.
Angelo Niro
Presidente Ordine Medici Veterinari Campobasso



















