In un’epoca in cui il verbo “partire” sembra dominare ogni narrazione, Carmine Abate ci propone un
controcanto delicato e potente: quello di chi sceglie di restare. Con il suo nuovo romanzo L’Ulivo bianco, lo scrittore calabrese di origini arbëreshe, già insignito del Premio Campiello, ci accompagna nel viaggio interiore di Antonio, giovane in cerca di futuro, che scopre nella sua terra non un limite, ma una possibilità.
La presentazione del libro, ospitata presso il Palazzo Norante di Campomarino nell’ambito del ciclo di incontri promosso dal Centro Studi sulla diversità linguistica e dall’Associazione Kamastra, presieduti dalla prof. Fernanda Pugliese, non è stata una semplice vetrina
editoriale. Si è rivelata piuttosto una tessitura di voci, pensieri e sensibilità, dove la letteratura ha dialogato con le lingue minoritarie, le identità locali e le scelte esistenziali. A moderare l’incontro la stessa Fernanda Pugliese, affiancata da Angela Carafa, referente dello Sportello Linguistico di Campomarino, e dalle rappresentanti delle istituzioni locali, la presidente del consiglio comunale Erika Della Penna e l’Assessore alla cultura Rossella Panarese .
L’ulivo bianco, che dà il titolo al romanzo, non è solo una pianta rara: è un simbolo. Evoca la pace, la resistenza, la bellezza della diversità. Ma soprattutto incarna la restanza, quel gesto silenzioso e tenace di chi decide di non abbandonare la propria terra ma di coltivarla e di farla fiorire. Antonio, il protagonista, è uno di quei giovani che si affacciano al mondo con il desiderio di recarsi altrove, ma che poi scoprono che il vero cambiamento può iniziare proprio lì dove si è nati.
Il pubblico, attento e partecipe, ha accolto con calore l’Autore e i suoi interlocutori. Tra i presenti, anche i rappresentanti della neonata Associazione Arbëresht te, con Vincenzo Chimisso e Katia Travaglini — quest’ultima anche vicepresidente dell’Istituzione cultura — insieme al direttore Marco Altobello. Un segnale forte di quanto la comunità senta il bisogno di ritrovarsi attorno a parole che parlano di appartenenza, di scelte difficili, di futuro possibile.
L’Ulivo bianco si è rivelato non solo un romanzo: è un invito a guardare con occhi nuovi ciò che spesso diamo per scontato. È un canto d’amore per le radici, per le lingue che resistono, per i luoghi che ci formano. E forse, in fondo, è anche un messaggio per tutti noi: che restare, quando è una scelta consapevole, può essere il gesto più rivoluzionario di tutti.





























