Per la Campagna letteraria “Vincenzo Ferro” presso gli Stabilimenti del Pastificio La Molisana, la presentazione del nuovo libro di William Mussini, Il XII arcano, non è stato un vero e proprio evento, ma un attraversamento. Una soglia. Un varco aperto su un modo diverso di guardare il mondo, come se qualcuno avesse ruotato la stanza di novanta gradi e invitato tutti ad osservare ciò che di solito sfugge, ciò che vive negli interstizi, nelle pieghe, nelle ombre.
A fare da padrona di casa è stata la sempre brillante giornalista
Michaela Marcaccio, che ha introdotto il protagonista del pomeriggio con quella professionalità ed eleganza che da sempre la contraddistinguono.
William Mussini, autore, regista e libero pensatore, come lui stesso si definisce, si è posto al pubblico come qualcuno che non cerca di convincere, ma di smuovere. La sua voce, ferma e lucida, ha guidato i presenti dentro un universo fatto di contraddizioni, interrogativi, ribaltamenti. Un universo che lui stesso abita da trent’anni, da quando — ventenne — scriveva queste pagine come fossero un atto di resistenza contro la semplificazione del reale.
A dare corpo e respiro ai testi è stata la professoressa Rosalisa Iannacone che ha letto alcune poesie del volume con una passione che non era semplice interpretazione, ma partecipazione emotiva. Le sue letture hanno trasformato le parole in materia viva: ogni verso sembrava vibrare nell’aria, come se il libro stesso si aprisse e respirasse davanti ai presenti.
Le poesie, dense di immagini e di inquietudini, hanno rivelato un Mussini giovane ma già radicale, già in lotta con i limiti del linguaggio, già sospeso — come l’Appeso dei Tarocchi (rappresentato in copertina in un disegno realizzato appositamente dalla bravissima Jlenia Iannaccio e dal suo genio artistico) — tra il desiderio di capire e la consapevolezza dell’impossibile.
Accanto all’autore, il professor Roberto Sacchetti, curatore della Presentazione del libro, ha intrecciato riflessioni che hanno ampliato il respiro dell’incontro. Con una naturalezza sorprendente, ha tracciato paralleli tra Mussini e due giganti della letteratura italiana: Dante e Giacomo Leopardi.
Di Dante ha evocato la capacità di attraversare l’oscurità per cercare un senso, di Leopardi la lucidità feroce, la fame di verità, la tensione verso l’infinito. Non paragoni arditi, ma intuizioni che hanno illuminato la natura profonda del libro: un’opera che non vuole spiegare il mondo, ma metterlo in discussione; non vuole rassicurare, ma aprire ferite da cui possa entrare la luce.
Il volume — 280 pagine di saggi, poesie, soliloqui — è un organismo vivo, privo di un inizio e di una fine.
William Mussini lo definisce un “inno alla contraddizione”, e in effetti ogni pagina sembra sfidare l’ordine, la logica, la linearità. È un libro che chiede al lettore di perdersi, di accettare il disorientamento, di lasciarsi attraversare dal dubbio.
Tra le righe emergono teorie originali, termini insoliti, riflessioni che oscillano tra filosofia e confessione. C’è la fragilità dell’autore, la sua rabbia, la sua fame di vita. C’è l’eco di Charles Fort, maestro dell’impossibile, ricercatore e scrittore del paranormale da lui scoperto in gioventù. C’è la consapevolezza che la verità non è mai una e che il pensiero, per essere autentico, deve sapersi ribaltare.
Eppure, nonostante le radici nel passato, il libro parla con forza al nostro tempo. Mussini lo ha ribadito durante l’incontro: oggi più che mai la creatività è minacciata. L’Intelligenza Artificiale — se usata come “stampella” e non come strumento — rischia di anestetizzare il pensiero, di sottrarre ai giovani la fatica necessaria per immaginare, creare, sbagliare, reinventarsi. Per un autore che ha costruito la propria identità sulla complessità, sull’incoerenza fertile, sul caos come metodo, l’idea di una generazione che delega la propria immaginazione ad un algoritmo, è un pericolo reale. Il suo libro diventa così un monito: non smettere di pensare, non smettere di dubitare, non smettere di essere imperfetti.
L’incontro per la Campagna Letteraria “Vincenzo Ferro” non è stata una vera e propria presentazione, ma piuttosto un laboratorio di pensiero. Non un evento, ma un’esperienza.
Mussini, con la sua voce critica e visionaria, ha ricordato a tutti che la complessità non è un ostacolo, ma un diritto. Che la contraddizione è una forma di vita. Che il mondo, per essere davvero compreso, va guardato anche a testa in giù. E che la letteratura — quando è autentica — non offre risposte, ma apre varchi.
William Mussini ha invitato tutti a non smettere mai di essere critici, a non accettare mai la prima versione dei fatti, a non lasciarsi addomesticare da narrazioni comode o preconfezionate. Ha suggerito di coltivare sempre il dubbio con cura, con pazienza, con ostinazione. Di guardare la vita con lo stesso sguardo ribaltato dell’Appeso, capace di scorgere ciò che sfugge, ciò che non è immediato, ciò che richiede coraggio.
(Segue galleria foto di Rossella De Rosa)























