Prima di entrare nel merito, è doveroso spiegare cosa si intenda per IMI. L’acronimo IMI sta per Internati Militari Italiani e rappresenta una delle pagine più dure e meno conosciute della storia italiana durante la Seconda Guerra Mondiale. Facciamo un piccolo passo indietro per vedere come la grande storia si intrecci con quella dei singoli individui.
Come noto, l’Italia era alleata della Germania di Hitler durante il conflitto. Il 25 luglio 1943 segna uno dei giorni più drammatici e decisivi della storia della nostra nazione: dopo tre anni di guerra disastrosa, bombardamenti, fame e sconfitte, e un popolo senza più forze morali e fisiche, il Gran Consiglio del Fascismo votò la sfiducia a Mussolini con l’ordine del giorno Grandi. Il Duce fu convocato dal re Vittorio Emanuele III e arrestato dai Carabinieri.
L’Italia, però, non uscì subito dalla guerra: il governo Badoglio annunciò infatti che “la guerra continua”, mentre in segreto cercava un accordo con gli Alleati. Il giorno 8 settembre 1943 venne reso noto l’armistizio siglato con le forze alleate. La comunicazione fu improvvisa, confusa e priva di ordini chiari ai reparti. In poche ore l’esercito italiano si disgregò: i comandi militari fuggirono o tacquero, i soldati rimasero senza direttive e i tedeschi, fino al giorno prima alleati, divennero nemici.La Germania reagì con un’operazione fulminea: disarmò e catturò oltre 810.000 militari italiani in Grecia, nei Balcani, in Francia, nel Dodecaneso e in Italia, dando inizio alla deportazione dei militari italiani.
Tra questi soldati figuravano anche tre giovani originari di Pagliarone, oggi Villa San Michele, frazione di Vastogirardi: Egidio Bucci, Armando Lombardi e Igino Lombardi. È doveroso precisare che i soldati italiani catturati dai tedeschi non vennero considerati prigionieri di guerra, ma furono classificati, appunto, come Internati Militari.
Questa definizione, non prevista dal diritto internazionale, fu creata ad hoc dalla Germania nazista per aggirare le tutele riservate ai prigionieri di guerra dalla Convenzione di Ginevra. Non potevano ricevere pacchi, posta o assistenza dalla Croce Rossa; non avevano garanzie sul trattamento, sul lavoro, sulla salute né sulla retribuzione.
Ma perché questa decisione da parte della Germania? L’obiettivo principale era infliggere una punizione ai soldati italiani che si rifiutavano di collaborare con la Repubblica Sociale Italiana di Salò. Agli IMI veniva sottoposta per iscritto la seguente dichiarazione: “Aderisco all’idea repubblicana dell’Italia repubblicana fascista e mi dichiaro volontariamente pronto a combattere con le armi nel costituendo nuovo Esercito italiano del Duce, senza riserve, anche sotto il Comando Supremo tedesco, contro il comune nemico dell’Italia repubblicana fascista del Duce e del Grande Reich Germanico”. 

La risposta negativa, data da circa 650.000 soldati, li costrinse a lavorare nell’industria bellica per ore interminabili, spesso oltre dodici al giorno, in condizioni di fame cronica, freddo, malattie e assenza totale di tutele. Le punizioni erano immediate e brutali: percosse, isolamento, razioni di cibo ridotte, turni ancora più pesanti e trasferimenti nei campi disciplinari, dove la sopravvivenza era quasi impossibile. Nel 1945 la maggior parte dei militari deportati riuscì a tornare a casa, ma il prezzo fu altissimo: oltre cinquantamila morirono nei campi per fame, malattie, violenze e stenti.

Chi sopravvisse portò per tutta la vita i segni di quella prigionia ed evitò di raccontare le proprie esperienze.
Anche i tre soldati di Villa San Michele subirono lo stesso trattamento e anch’essi, una volta tornati, hanno sempre evitato di rievocare quei momenti drammatici. Per fortuna i familiari, dopo attente ricerche e grazie alla diffusione di una sensibilità storica sempre più viva sul tema, hanno ricostruito le storie dei loro cari. Dopo aver richiesto la documentazione militare e aver analizzato gli elenchi redatti dalla Croce Rossa al loro rimpatrio, hanno avanzato formale domanda per il riconoscimento della Medaglia d’Onore.
Vediamo da vicino le singole vicende, riprese dalle fonti militari conservate presso l’Archivio di Stato di Campobasso.
Egidio Bucci, nato nel 1910 a Vastogirardi, è stato un soldato di leva del Distretto militare di Campobasso appartenente all’Arma di Cavalleria, in servizio con il Reggimento Cavalleggeri di Monferrato e successivamente con il Reggimento Lanceri di Aosta. In seguito agli eventi dell’8 settembre 1943 è stato catturato dalle truppe tedesche e condotto come internato in Germania, dove è rimasto prigioniero fino al termine del conflitto, per poi rientrare in Italia nell’agosto del 1945 presentandosi al Centro Alloggio di Verona. Egidio fu detenuto nello Stalag X-B situato a Sandbostel, nel nord della Germania, da cui poi i prigionieri venivano smistati nei vari comandi di lavoro, come a Lipsia.
Dai documenti presenti sul sito dell’Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia conosciamo anche il suo numero di matricola, n. 179106, e il tipo di lavoro. Egidio lavorava presso la HASAG (Hugo Schneider), un’imponente fabbrica di armi e munizioni con sede a Lipsia. Chissà se il
nostro Egidio, nello Stalag X-B, incontrò Giovannino Guareschi, il famoso scrittore e autore, tra le altre opere, di Don Camillo e Peppone. Pare infatti che Guareschi, per tenere alto il morale degli internati, includesse nei suoi racconti orali ed esibizioni vari spettacoli per i compagni. Egidio rientrò a casa arrivando a pesare circa 35 kg, secondo il racconto dei parenti. A Pagliarone lo accompagnò Armando Lombardi, che si caricò sulle spalle il compagno visibilmente stremato dalla fame. Egidio non raccontò mai ai figli e ai nipoti le sofferenze subite: quando si toccava l’argomento, preferiva cambiare discorso.
nostro Egidio, nello Stalag X-B, incontrò Giovannino Guareschi, il famoso scrittore e autore, tra le altre opere, di Don Camillo e Peppone. Pare infatti che Guareschi, per tenere alto il morale degli internati, includesse nei suoi racconti orali ed esibizioni vari spettacoli per i compagni. Egidio rientrò a casa arrivando a pesare circa 35 kg, secondo il racconto dei parenti. A Pagliarone lo accompagnò Armando Lombardi, che si caricò sulle spalle il compagno visibilmente stremato dalla fame. Egidio non raccontò mai ai figli e ai nipoti le sofferenze subite: quando si toccava l’argomento, preferiva cambiare discorso.Armando Lombardi, nato il 6 settembre 1913 a Vastogirardi, era un muratore arruolato come soldato puntatore nell’Artiglieria d’Armata, dove ha prestato servizio nel 50° Reggimento Artiglieria e nel 36° Raggruppamento Artiglieria. Ha preso parte alle campagne belliche nel Mediterraneo e nell’Egeo presso l’isola di Rodi tra il 1940 e il 1943. A seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943 è stato catturato dai tedeschi a Rodi e deportato in Germania come internato dal 14 ottobre 1943 all’11 maggio 1945. Dopo la liberazione è rientrato in Italia nel maggio del 1945 ed è stato riconosciuto prigioniero di guerra a tutti gli effetti, ricevendo successivamente tre Croci al Merito di Guerra per il servizio prestato e per la prigionia subita. Secondo il racconto dei familiari, Armando riuscì a sopravvivere grazie agli scarti alimentari lasciati dai tedeschi. Fu proprio lui ad accompagnare Egidio a casa, portandolo letteralmente sulle spalle per un tratto di strada.
Igino Lombardi, nato ad Vastogirardi, era un contadino arruolato come soldato nella Sanità Militare ed è stato trasferito nel giugno 1942 alla 11ª Compagnia di Sanità. Nello stesso mese è partito per l’Albania, prestando servizio con la 59ª Sezione di Sanità Militare durante le operazioni di guerra nei Balcani fino all’8 settembre 1943. Catturato dalle truppe tedesche a Scutari a seguito dell’armistizio, è stato deportato come internato in Germania dal 9 settembre 1943 al 30 marzo 1945. È rientrato in Italia l’8 settembre 1945 presentando la sua posizione al Centro Alloggio di Verona, venendo riconosciuto prigioniero di guerra a tutti gli effetti e decorato con due Croci al Merito di Guerra per la campagna bellica e l’internamento subito

Le istanze di riconoscimento sono state avanzate direttamente dai familiari dei tre soldati, che hanno scelto di riportare alla luce storie rimaste per decenni avvolte nel silenzio. Per Egidio Bucci, la richiesta è stata presentata dalla figlia Maria Bucci; per Armando Lombardi, dalla nipote Teresa Lombardi, anche a nome della figlia di Armando, Margherita; per Igino Lombardi, dalla figlia Elvira, che ha voluto onorare la memoria del padre anche per rispettare la volontà della madre Giulia, scomparsa pochi mesi fa e che desiderava profondamente questo riconoscimento.
Come riportato nella comunicazione ufficiale della Segreteria del Comitato, “le medaglie verranno consegnate alla Prefettura di appartenenza per la ricorrenza del 20 settembre p.v., in occasione della ‘Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda guerra mondiale’, istituita dalla legge n. 6 del 13 gennaio 2025”.
Un appuntamento che non rappresenta soltanto una cerimonia istituzionale, ma un autentico gesto di memoria e di giustizia: il riconoscimento pubblico di tre uomini che hanno sofferto, resistito e taciuto e che oggi, grazie ai loro figli e nipoti, tornano finalmente ad avere voce.
Sergio D’Andrea












