A sedici mesi dall’istituzione provvisoria del Parco Nazionale del Matese, «nulla è cambiato». È questo il punto di partenza della dura replica dell’avvocato Virgilio Romano, affidata al microfono di Amolivenews, dopo le recenti dichiarazioni dell’ex ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio e del responsabile nazionale delle aree protette di Legambiente, Antonio Nicoletti.
Secondo Romano, il Parco continua a vivere in una situazione di «limbo», con una perimetrazione ancora provvisoria e confini che, a suo giudizio, presentano anomalie difficili da spiegare. L’avvocato cita il caso di due attività produttive situate alla stessa quota e nello stesso Comune, una ricadente all’interno del Parco e l’altra esclusa. «Si era parlato di una modifica dei confini e di un tracciato più lineare – sottolinea – ma ad oggi non abbiamo ricevuto notizie».
Per Romano, l’unico effetto immediatamente percepibile dell’istituzione provvisoria è stato il divieto di caccia. Al contrario, sostiene, diverse attività e manifestazioni sarebbero state autorizzate anche nelle aree sottoposte a maggiore tutela: dalle feste patronali ai concerti, dai motoraduni fino a manifestazioni e campeggi in zona 1. Una situazione che, secondo l’avvocato, avrebbe prodotto anche episodi di accumulo di rifiuti documentati dalla stampa.
Romano contesta innanzitutto le dichiarazioni di Pecoraro Scanio, secondo cui l’istituzione del Parco avrebbe favorito un aumento del turismo e la mancata definizione definitiva dell’area sarebbe riconducibile anche alle posizioni del mondo venatorio. L’avvocato ricorda che il Lago del Matese era già inserito nel Parco regionale della Campania e che la caccia risultava vietata da circa 25 anni.
Romano solleva inoltre dubbi sulla compatibilità con le prescrizioni della legge 394 della recente escursione in canoa dell’ex ministro sul lago, richiamando le esigenze di tutela della fauna e della vegetazione dell’area.
Nel mirino finisce anche Antonio Nicoletti e, in particolare, il tema dell’emergenza cinghiali. Romano contesta l’idea che l’aumento degli ungulati possa essere ricondotto alla cattiva gestione della caccia e chiede quale sarebbe, concretamente, la soluzione delle catture attraverso le gabbie. «Chiudiamo i cinghiali nelle gabbie e poi cosa ne facciamo?», è in sostanza la domanda provocatoria dell’avvocato, che interpreta le parole di Nicoletti come riferite alla successiva soppressione degli animali.
Una posizione che Romano considera particolarmente singolare per un esponente di un’associazione ambientalista: «È la prima volta che sento che un ambientalista è d’accordo all’abbattimento di un animale», afferma.
Ma il punto centrale della sua critica va oltre la contrapposizione tra ambientalisti e cacciatori. Romano sostiene che il vero obiettivo della definizione del Parco sia anche quello di poter utilizzare le risorse economiche già disponibili: cita circa due milioni di euro attualmente fermi e ulteriori finanziamenti destinati alla gestione e alla valorizzazione dell’area.
Romano richiama la legge 157 del 1992 e la progressiva riduzione del territorio destinato all’attività venatoria, sostenendo che il problema della fauna selvatica non possa essere attribuito semplicemente alla presenza dei cacciatori. Porta quindi come esempio proprio il Matese, dove – ricorda – la caccia è vietata da decenni, ma alcune specie, come coturnice, starna e lepre italica, sarebbero scomparse, mentre altre, a partire dal cinghiale, hanno registrato una forte espansione.
La conclusione è una critica complessiva alle politiche di gestione del territorio: secondo Romano, il quadro attuale dimostrerebbe la necessità di interrogarsi sulle responsabilità della politica e delle associazioni ambientaliste, senza continuare a individuare nella caccia l’origine di ogni problema legato alla fauna selvatica.
Una replica, dunque, che sposta il confronto dal semplice divieto di caccia alla domanda più ampia che accompagna da anni il Matese: quale modello di gestione si vuole realmente costruire per il nuovo Parco Nazionale?
















