Per comprendere quello che sta accadendo nelle nostre montagne bisogna forse partire da una considerazione molto semplice, e cioè che la montagna che oggi ammiriamo, quella dei pascoli aperti, dei boschi attraversabili, delle sorgenti, dei sentieri, delle greggi e di quel paesaggio che tanto piace a chi vi arriva durante il fine settimana, non è soltanto il risultato della natura lasciata a sé stessa, ma anche di secoli di presenza umana, di animali portati al pascolo, di legna tagliata secondo consuetudini consolidate, di fontane pulite, di strade percorse e soprattutto di uomini e donne che da quei luoghi traevano il proprio reddito e che, proprio perché vi vivevano, avevano interesse a conservarli e a consegnarli a chi sarebbe venuto dopo.
Questo dovrebbe essere il punto di partenza di ogni politica rivolta alle aree interne e invece rischia di diventare il suo presupposto dimenticato, perché la montagna viene sempre più osservata da lontano, studiata attraverso indicatori, suddivisa in zone, regolamentata e sottoposta a vincoli, mentre passa in secondo piano il fatto essenziale che essa è stata per secoli, prima ancora che un oggetto da tutelare, un luogo nel quale si lavorava e nel quale intere comunità riuscivano a vivere.
Non si tratta di contrapporre città e montagna, né di sostenere che la tutela ambientale sia nemica del lavoro, ma di riconoscere che qualcosa cambia quando il territorio viene considerato prevalentemente come uno spazio da contemplare, visitare e conservare secondo criteri elaborati altrove, perché il visitatore vede il sentiero, il bosco e il panorama, mentre chi vi abita vede anche l’abbeveratoio da pulire, il pascolo che si chiude se non arrivano più gli animali, il bosco che nessuno governa, la strada che scompare e la sorgente che deve essere mantenuta.
È una differenza di visuale che non dovrebbe diventare una differenza di potere, fino al paradosso per cui chi conosce la montagna per qualche giornata all’anno rischia di stabilire come debba essere vissuta da chi vi rimane negli altri trecentosessanta giorni.
Quando uno deve fare il lavoro che prima facevano in molti.
Qualche giorno fa un pastore mi ha raccontato questa trasformazione meglio di molte relazioni: «Io volevo fare l’allevatore. Adesso devo fare anche il boscaiolo, il casaro e molti altri mestieri per riuscire a mantenere la famiglia. E poi ci raccontano che la multifunzionalità sarebbe una conquista».
La multifunzionalità dell’impresa agricola può rappresentare un’opportunità quando offre la libertà di trasformare i propri prodotti, accogliere visitatori o integrare volontariamente il reddito, ma è cosa diversa dal dover fare forzatamente cinque mestieri perché nessuno, da solo, consente di vivere dignitosamente. La montagna, del resto, era già profondamente multifunzionale, ma lo era in modo diverso: non perché un uomo facesse tutto, bensì perché esisteva una comunità nella quale c’era chi allevava, chi tagliava il bosco, chi coltivava, chi trasformava il latte, chi trasportava i prodotti e chi manteneva aperta una piccola attività, e dall’insieme di quei mestieri nasceva un sistema economico che, facendo vivere le persone, custodiva inconsapevolmente il territorio.
Nessuno parlava allora di servizi ecosistemici o di presidio territoriale, ma i pascoli erano pascolati, i boschi frequentati, i sentieri percorsi, le sorgenti conosciute e le competenze trasmesse; oggi, dopo che interi pezzi di quella comunità sono scomparsi, si chiede invece all’ultimo allevatore rimasto di diventare contemporaneamente produttore, trasformatore, commerciante, promotore, conoscitore di norme, utilizzatore di piattaforme informatiche e magari anche boscaiolo, presentando questa concentrazione di lavori come una nuova conquista.
Quando una persona deve fare cinque mestieri per ottenere il reddito che un tempo derivava da uno, forse non siamo necessariamente davanti al progresso, ma agli effetti di un impoverimento economico e sociale che abbiamo imparato a raccontare attraverso parole moderne e rassicuranti.
L’aiuto che rischia di diventare il cappio
Quando il lavoro non produce un reddito sufficiente interviene inevitabilmente il sostegno pubblico, che non è certamente uno scandalo, perché la Politica Agricola Comune serve anche a mantenere attività che il mercato, soprattutto nei territori più difficili, non riuscirebbe da solo a conservare; il problema comincia quando l’aiuto, invece di integrare il reddito, diventa indispensabile per continuare a lavorare, perché troppo spesso i prezzi di mercato non coprono i costi di produzione. Si crea allora una dipendenza che non ha bisogno di essere stata progettata da qualcuno per produrre effetti concreti, perché l’allevatore ha bisogno del contributo, ma per ottenerlo deve aggiornare fascicoli, presentare domande, correggere anomalie, rispondere ai controlli, utilizzare piattaforme e rivolgersi a professionisti e intermediari, fino al paradosso, raccontato dagli stessi interessati, che servirebbe quasi una persona per lavorare e un’altra per dimostrare ogni giorno attraverso le carte che la prima sta lavorando correttamente.
La tecnologia può essere una straordinaria forma di semplificazione, ma soltanto quando elimina un adempimento e non quando ne genera un altro, perché una stessa procedura amministrativa, apparentemente uguale per tutti, pesa pochissimo su una grande organizzazione dotata di personale e uffici e può invece diventare un costo enorme per il piccolo allevatore che, dopo avere trascorso la giornata con gli animali, deve trasformarsi la sera anche in operatore amministrativo.
La contraddizione diventa quasi crudele quando colui che riceve quegli aiuti viene poi descritto come uno che “vive di contributi”, dimenticando che molto spesso il contributo è diventato indispensabile proprio perché il mercato non remunera più adeguatamente il suo lavoro: prima un’attività diventa economicamente fragile, poi la si sostiene con denaro pubblico e infine si guarda con sospetto chi ha bisogno di quel sostegno.
Chiamarlo inganno richiederebbe di dimostrare un disegno consapevole che non possiamo dimostrare, ma possiamo certamente parlare di un meccanismo perverso, perché i sistemi possono produrre conseguenze profondamente distorsive anche senza bisogno di un regista.
Usi civici, Parco e comunità residenti
In questo quadro gli usi civici e i domini collettivi assumono un significato che va oltre la memoria storica, perché la legge n. 168 del 2017 riconosce i domini collettivi come ordinamenti giuridici primari delle comunità originarie e attribuisce ai beni collettivi un regime di inalienabilità, indivisibilità, inusucapibilità e perpetua destinazione agro-silvo-pastorale, comprendendo, nelle condizioni previste dalla legge, anche i corpi idrici sui quali le popolazioni esercitano usi civici.
È una concezione nella quale il territorio non vale soltanto per ciò che rende oggi, ma anche per la funzione che svolge nella continuità della comunità, e proprio per questo sarebbe sbagliato confondere tutela e immobilità, perché un patrimonio destinato all’agricoltura, al bosco e al pascolo conserva il proprio significato se continua ad essere responsabilmente utilizzato, non necessariamente se viene sottratto ad ogni attività.
Lo stesso principio dovrebbe valere ancora di più dentro un Parco Nazionale, perché la legge quadro n. 394 del 1991 non considera affatto le comunità residenti una presenza estranea alla tutela e, al contrario, impone di tener conto delle caratteristiche naturali, paesaggistiche, antropologiche, storiche e culturali locali, valorizzando usi, consuetudini e attività tradizionali delle popolazioni residenti e facendo salvi i diritti reali e gli usi civici delle collettività locali.
Questo significa che un Parco non dovrebbe essere costruito sopra la popolazione e neppure contro la popolazione, ma con la popolazione, perché la tutela non può ridursi ad aggiungere divieti ad altri divieti senza distinguere ciò che realmente danneggia l’ambiente da ciò che invece contribuisce a mantenerlo vivo.
Un pascolo utilizzato correttamente, un bosco governato, una sorgente mantenuta, un sentiero percorso, una piccola struttura necessaria alla permanenza di chi lavora in quota non sono automaticamente elementi estranei alla conservazione, così come il semplice abbandono non è automaticamente sinonimo di tutela, perché un territorio dal quale scompare l’uomo cambia comunque e può perdere proprio quel paesaggio che si pretendeva di proteggere.
Per questo la domanda non dovrebbe essere soltanto «si può fare o non si può fare?», ma «quale effetto produce realmente questa attività, in questo luogo, e con quali condizioni può essere resa compatibile con la tutela?». È la differenza tra amministrare attraverso il divieto e amministrare attraverso la conoscenza.
L’acqua e il nuovo valore della montagna
Dentro la montagna esiste poi una risorsa che nei prossimi decenni sarà sempre più strategica: l’acqua, custodita nelle falde, nelle sorgenti e nei sistemi idrologici montani che alimentano territori molto più vasti di quelli nei quali essa nasce.
Le Nazioni Unite e la FAO definiscono le montagne vere e proprie “torri d’acqua”, e questo dovrebbe essere sufficiente a ricordarci che il futuro delle aree interne non riguarda soltanto boschi, pascoli e turismo, ma anche il governo di una risorsa destinata ad acquistare un valore crescente. (fao.org)
Non significa immaginare che qualcuno possa semplicemente comprare una montagna e portarsi via l’acqua, ma significa pretendere regole chiare su captazioni, concessioni, sorgenti e benefici economici, affinché le comunità che hanno custodito quei territori non diventino marginali proprio quando ciò che la montagna conserva acquista un valore strategico sempre maggiore.
Lo stesso vale per il carbonio, la biodiversità e gli altri benefici prodotti dalla montagna: sarebbe difficile da accettare se, dopo avere reso sempre meno conveniente il lavoro di pastori, allevatori e boscaioli, scoprissimo che proprio quei territori valgono molto per ciò che hanno conservato, ma che i nuovi guadagni finiscono soprattutto altrove.
Se un’impresa continua a produrre emissioni e utilizza crediti di carbonio generati anche grazie a boschi o territori che assorbono anidride carbonica, sulla carta una parte di quelle emissioni può essere compensata, mentre resta da capire chi custodisce quei territori e, soprattutto, chi incassa il valore economico della compensazione.
È qui che torna alla mente, con un sorriso, il pollo di Trilussa: la media può raccontare che tutti hanno mangiato mezzo pollo mentre, nella realtà, uno lo ha mangiato intero e l’altro è rimasto senza nulla. Allo stesso modo i conti possono tornare sulla carta, mentre costi e benefici rimangono molto diversamente distribuiti.
Meno terra agricola, più bisogno di produrre
C’è infine un dato che merita almeno una riflessione: secondo l’Istat, nell’arco di un secolo la superficie agricola italiana è passata dal 70 per cento del territorio nel 1925 a poco meno del 40 per cento nel 2025, mentre la superficie forestale è aumentata fino al 33,6 per cento; naturalmente non tutta questa riduzione è abbandono, ma il fenomeno resta enorme e impone di chiederci quanta capacità produttiva abbiamo perso insieme a quelle superfici. (istat.it)
La domanda diventa ancora più seria se ricordiamo che la FAO stima in circa 673 milioni le persone che nel 2024 hanno sofferto la fame e prevede che entro il 2050 sarà necessario produrre circa il 50 per cento in più di alimenti, mangimi e fibre rispetto al 2012. (fao.org)
Non significa che ogni ettaro abbandonato dell’Appennino possa risolvere la fame nel mondo, ma significa che perdere progressivamente terreni produttivi, allevatori, agricoltori e conoscenze mentre il cibo e l’acqua diventano sempre più strategici non può essere considerato automaticamente un successo.
L’indicatore che manca
Forse allora, dopo tante parole come sostenibilità, multifunzionalità, digitalizzazione, transizione e benefici ambientali, bisognerebbe tornare a un indicatore molto più semplice e domandarsi quante persone riescano ancora a vivere dignitosamente in montagna grazie al proprio lavoro, perché se un giovane che vuole fare il pastore deve necessariamente diventare contemporaneamente allevatore, casaro, commerciante, operatore turistico, boscaiolo, esperto di procedure e compilatore di pratiche amministrative, dovremmo almeno avere il coraggio di non presentare automaticamente tutto questo come una conquista.
Una comunità non è multifunzionale quando un uomo deve fare tutto, ma quando molte persone, ciascuna facendo bene il proprio mestiere, dipendono reciprocamente le une dalle altre e insieme mantengono vivo il territorio, ed è precisamente quello che le nostre montagne hanno fatto per secoli, riuscendo a conservare una cosa che oggi, nonostante tecnologie e risorse immensamente superiori, sembra diventata difficilissima: la presenza delle persone.
Prima di spiegare alla montagna come debba diventare sostenibile sarebbe quindi opportuno domandarsi come abbia fatto per secoli a mantenere insieme lavoro, paesaggio, pascolo, bosco, acqua e comunità e perché oggi, disponendo di molti più mezzi, facciamo tanta fatica a ottenere lo stesso risultato. Ed è proprio da questa domanda che vorremmo ripartire.
Dopo un incontro diretto con allevatori, pastori, agricoltori, boscaioli e con coloro che continuano concretamente a vivere e lavorare nei territori montani, torneremo su queste pagine con un secondo contributo nel quale proveremo a mettere sul tavolo alcune proposte concrete, perché denunciare ciò che non funziona non basta e perché, prima di scrivere nuove regole, nuovi piani e nuovi modelli di sviluppo per la montagna, sarebbe forse buona norma compiere un gesto semplice che, in questi tempi, rischia quasi di apparire rivoluzionario: andare ad ascoltare chi in montagna continua ancora a vivere e lavorare.
Angelo Niro















