A parlare, ancora una volta, è Lucio Pastore, ex primario del Pronto Soccorso dell’ospedale “Veneziale” di Isernia, che lancia un grido d’allarme sullo stato drammatico della sanità pubblica e, in particolare, sulle condizioni in cui versa il presidio ospedaliero molisano.
Nella notte appena trascorsa, il Pronto Soccorso di Isernia è stato affidato a una sola unità medica.
Una situazione estrema, che ha visto una collega di origine venezuelana gestire da sola oltre 25 pazienti all’interno del reparto, oltre a quelli sopraggiunti nel corso delle ore. A lei, sottolinea Pastore, va il ringraziamento e la solidarietà di tutti per il lavoro svolto in condizioni che definire difficili sarebbe un eufemismo.
Ma la domanda è inevitabile: quale qualità di assistenza può essere garantita in un contesto simile?
Quando il carico di lavoro diventa insostenibile e le risorse umane sono ridotte al minimo, il rischio di errori aumenta inevitabilmente. E se qualcosa dovesse andare storto, avverte l’ex primario, la responsabilità ricadrebbe quasi certamente su chi è in prima linea, sul medico o sull’operatore sanitario lasciato solo ad affrontare un’emergenza strutturale. Nessuna conseguenza, invece, per chi impone e tollera queste condizioni di lavoro.
Anche l’utenza, comprensibilmente esasperata, finisce spesso per prendersela con chi rappresenta il volto più immediato dell’istituzione sanitaria: medici e infermieri. Un meccanismo ingiusto, che scarica la frustrazione sui professionisti invece di colpire le reali cause del problema.
Il nodo centrale resta la cronica carenza di personale. Una mancanza più volte denunciata, ricorda Pastore citando anche le parole di Castrataro, e che continua ad aggravarsi giorno dopo giorno.
La domanda, a questo punto, diventa inquietante: quando si raggiungerà il punto di non ritorno? Quando non sarà più possibile tenere aperto l’ospedale?
Secondo l’ex primario, senza una presa di posizione politica forte e immediata, il destino è segnato. Il sistema sanitario pubblico è avviato verso il collasso e la conseguenza finale sarà la privatizzazione completa.
Un processo già visto: per far fallire un sistema basta sottrargli progressivamente risorse finanziarie e umane, come accaduto negli ultimi vent’anni, per poi dichiarare che non funziona e che conviene chiudere.
Un allarme che non riguarda solo Isernia, ma che rappresenta il simbolo di una crisi più ampia, nazionale, che continua a consumarsi nel silenzio, finché a pagare il prezzo più alto non saranno, ancora una volta, cittadini e operatori sanitari.
















