È uno scontro frontale quello che si apre in Molise sul futuro della Continuità Assistenziale. Un gruppo di sindaci delle aree interne ha espresso una dura opposizione al nuovo assetto previsto dal Decreto del Commissario ad acta n.9 del 14 gennaio 2026, destinato a entrare in vigore il prossimo 1° aprile.
I primi cittadini Remo Di Ianni (Cerro al Volturno), Domenico Gonnella (Rocchetta al Volturno), Simone Nuosci (Carovilli), Manolo Sacco (Pescolanciano) e Daniele Saia, sindaco di Agnone e presidente della Conferenza dei Sindaci, parlano senza mezzi termini di un «progressivo smantellamento della sanità di prossimità» e contestano una riorganizzazione che, a loro avviso, penalizza soprattutto i territori più fragili e periferici. In una nota congiunta definiscono il provvedimento «politicamente e democraticamente inaccettabile».
Al centro delle critiche c’è la riforma della rete dell’assistenza sanitaria notturna e festiva, che secondo i sindaci produrrebbe l’effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati. «Non si rafforzano i servizi — sostengono — ma si riducono; non si avvicina il medico al cittadino, lo si allontana; non si tutelano le comunità più vulnerabili, le si espone a nuovi disagi».
I numeri, sottolineano gli amministratori, rappresentano il nodo principale della contestazione. Il decreto prevede il passaggio dalle attuali 44 sedi operative della Continuità Assistenziale a 16 presidi complessivi nel nuovo modello organizzativo: 13 strutture attive per 16 ore al giorno all’interno delle Case della Comunità e 3 presidi esterni con copertura di 12 ore. Una riduzione che equivale, secondo i sindaci, a un taglio del 64% dei punti di presenza sanitaria sul territorio. Le sedi non incluse nel nuovo assetto resterebbero formalmente attive, ma avviate — denunciano — a una progressiva dismissione attraverso incarichi temporanei, riduzione dei turni e accorpamenti verso strutture centralizzate.
Nel mirino anche il richiamo, contenuto nel decreto, ai principi del DM77 e agli obiettivi del PNRR, in particolare alla Missione 6 Salute e al rafforzamento dell’assistenza territoriale. Secondo i firmatari del documento, però, la riforma finirebbe per produrre un effetto opposto, concentrando i servizi in poche sedi e cancellando presidi storici nei comuni montani. «Si parla di equità territoriale mentre si lasciano scoperti interi territori», affermano i sindaci, che leggono la riorganizzazione non come un intervento tecnico ma come una precisa scelta politica.











