
2 giugno 1921, tappa Chieti-Napoli. Sulla salita che da Pettorano porta al Piano delle Cinque Miglia per Costante Girardengo accadde una specie di Via Crucis con tre fermate causate da un malore indicibile; la terza fu fatale.
Un malore diffuso nel suo corpo lo aveva cominciato a pervaderlo già dopo Sulmona. Iniziò la salita dopo Pettorano e il malore diede segnali più vivi al punto che voleva ritirarsi, ma il suo direttore e quello del Giro lo incitarono a continuare. Quest’ultimo non voleva che il Giro perdesse d’interesse. Girardengo aveva già vinto le quattro tappe da Milano a Chieti e stava diventando una leggenda. La Gazzetta dello Sport ogni giorno sfornava migliaia di copie che andavano letteralmente a ruba e tutta l’Italia sportiva ne parlava.
Il Campione ebbe la seconda crisi sopra Rocca Pia. I due direttori lo incitarono nuovamente e gli dissero che ormai il Piano era vicino e dopo, tutto sarebbe stato più semplice, in discesa verso Napoli.
Girardengo perse il contatto con i primi corridori; percorse meno di un chilometro e attraverso gli occhi della sofferenza il grande Piano gli apparve in tutta la sua immensità. Forse fu proprio quella visione con l’interminabile strada, mista al malore sempre più aggressivo a costringerlo, dopo qualche centinaio di metri, forse un po’ più avanti, quando la strada volge verso una dolce discesa, a scendere dalla bici. Raccolse un bastone notato lì da presso e a tracciò una croce sullo sterrato pronunciando quella frase che resterà scolpita nella storia del ciclismo: “Girardengo si ferma qui!” Incrociò le braccia sul petto, quasi a confermare la sua Via Crucis.
Ma il Giro non si ferma, non si fermò e raggiunse la Roccaraso festante e ignara della crisi del Campione e del suo ritiro. Anche lui passò rannicchiato sul sedile di un’automobile e il torpedone iniziò la discesa verso l’altro mare, quello Partenopeo.
Oggi, chi passa con l’automobile per Rocca Pia può fermarsi e chiedere del monumento che qualche anno fa un gruppo di amici, condotti da Alessandro Lucci di Sulmona, realizzarono proprio sopra il paese e sotto un grande cavalcavia della nuova strada. C’ero anch’io, perché con questo mio racconto, raccolto da Alessandro, ne fui l’ispiratore.
Ugo Del Castello

















