Il rilancio dell’area delle Mainarde torna al centro del dibattito grazie alle proposte del geologo Giuseppe Melogli, già collaboratore volontario del Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise tra il 1985 e il 1995. Secondo Melogli, il progetto rappresenta una concreta opportunità di sviluppo sostenibile per l’Appennino centro-meridionale, a patto di superare una visione limitata al solo turismo.
L’area, che ha nel Monte Marrone uno dei suoi simboli, è già nota per il valore storico legato agli eventi del 1944. Tuttavia, per il geologo isernino, il vero salto di qualità consiste nel trasformare le Mainarde in un “luogo di conoscenza”, capace di integrare natura, storia e divulgazione scientifica.
Il territorio custodisce infatti una straordinaria ricchezza geologica: il Monte Marrone è formato da dolomie risalenti a circa 200 milioni di anni fa, quando l’area era sommersa da un mare poco profondo. L’attuale morfologia è però il risultato di processi più recenti, legati alle glaciazioni pleistoceniche, che hanno modellato valli, creste e rilievi.
Tra gli elementi di maggiore interesse spiccano le cosiddette “marmitte dei giganti” nell’area di San Michele a Foce, cavità rocciose generate dalle acque di fusione glaciale, fenomeni rari per l’Appennino e più tipici dell’ambiente alpino.
La proposta di Melogli punta dunque a valorizzare le Mainarde non solo come meta naturalistica e storica, ma come polo di turismo scientifico e culturale. Un approccio che, sottolinea, consentirebbe di raccontare il territorio nella sua interezza, trasformandolo in un laboratorio a cielo aperto e in una leva strategica per lo sviluppo locale.














