La battaglia contro il progetto idroelettrico Pizzone II è tutt’altro che conclusa. Anzi, secondo il Coordinamento No Pizzone II, potrebbe entrare in una fase ancora più delicata. A riaccendere le preoccupazioni è l’avvio del MACSE, il nuovo Meccanismo di Approvvigionamento di Capacità di Stoccaggio Elettrico, attraverso il quale lo Stato punta a incentivare nuovi sistemi di accumulo energetico.
Per il Coordinamento, quella che viene presentata come una leva strategica per la transizione energetica rischia invece di trasformarsi nella porta d’ingresso per opere di enorme impatto ambientale, proprio mentre il progetto Pizzone II resta al vaglio del Ministero dell’Ambiente, gravato da numerose osservazioni contrarie, tra cui quella particolarmente significativa del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.
L’iter del MACSE è già iniziato il 7 luglio con la fase di accreditamento alla piattaforma informatica, mentre l’asta telematica è fissata per il prossimo 24 novembre. Ed è proprio questa scadenza che alimenta le preoccupazioni degli oppositori del progetto.
Secondo il Coordinamento, il meccanismo predisposto da Terna e approvato dal Ministero dell’Ambiente sarebbe costruito in modo tale da garantire agli operatori economici condizioni estremamente favorevoli. Attraverso contratti pluriennali, infatti, verrebbe assicurata una remunerazione della capacità di accumulo, riducendo sensibilmente il rischio imprenditoriale e trasferendo una parte consistente dell’onere economico sulla collettività.
In sostanza, sostengono gli ambientalisti, gli investitori avrebbero la possibilità di recuperare in tempi relativamente brevi il capitale impiegato e successivamente beneficiare di rendimenti stabili, grazie a un sistema sostenuto da risorse pubbliche.
Ma la critica non si limita agli aspetti economici. Il Coordinamento punta il dito soprattutto contro quella che definisce una distorsione del mercato, capace di privilegiare esclusivamente gli impianti di grandi dimensioni. Un’impostazione che, a loro avviso, penalizzerebbe tecnologie diffuse, sistemi di accumulo più piccoli e interventi integrati con infrastrutture già esistenti, generalmente considerati meno invasivi sotto il profilo ambientale.
È proprio questo il nodo centrale della contestazione. Secondo il movimento, il rischio è che, in nome della transizione energetica, si finisca per autorizzare infrastrutture altamente impattanti perfino nelle aree di maggiore pregio naturalistico, comprese quelle inserite nella Rete Natura 2000 e nelle zone contigue dei parchi nazionali.
Per il Coordinamento No Pizzone II l’eventuale inserimento del progetto nel meccanismo MACSE rappresenterebbe un duro colpo per la tutela del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e per la stessa Legge quadro sulle aree protette. Da qui il timore che le vallate comprese tra Abruzzo e Molise possano essere trasformate in grandi poli industriali destinati allo stoccaggio dell’energia, sfruttando gli invasi di Montagna Spaccata e Castel San Vincenzo.
Gli oppositori del progetto sottolineano inoltre come esistano modelli alternativi di sviluppo energetico. Tra questi indicano le Comunità Energetiche Rinnovabili e sistemi di accumulo distribuiti, ritenuti maggiormente compatibili con il territorio, capaci di rafforzare la resilienza della rete elettrica senza compromettere ecosistemi di straordinario valore ambientale.
Il Coordinamento ribadisce quindi una posizione che non lascia spazio a compromessi. «Pizzone II era e resta un progetto inaccettabile», affermano gli attivisti, annunciando che continueranno a mantenere alta l’attenzione e a mobilitare cittadini, associazioni e istituzioni.
Sul fronte della tutela ambientale, la posta in gioco va ben oltre la realizzazione di un singolo impianto. La vicenda Pizzone II è ormai diventata il simbolo di un confronto più ampio tra due differenti modelli di transizione energetica: da un lato quello delle grandi infrastrutture centralizzate, dall’altro quello fondato sulla produzione diffusa, sulla valorizzazione degli impianti esistenti e sulla salvaguardia del patrimonio naturale. Un dibattito destinato ad accompagnare i prossimi mesi, mentre il calendario del MACSE scandisce le tappe di una partita che gli oppositori considerano tutt’altro che chiusa.


















