Ancora una volta Carmine Abate, Premio Campiello 2012, ha voluto rendere omaggio al Molise scegliendo Termoli per presentare il suo nuovo romanzo I giorni dell’arrivederci, pubblicato da Mondadori. L’incontro, ospitato il 16 ottobre nella Sala Consiliare del Comune e inserito nella rassegna Immigrati in Letteratura, promossa dalle associazioni Kamastra e InFormare con il patrocinio del Comune di Termoli, ha rappresentato un gradito ritorno per lo scrittore arbëresh di Carfizzi, in Calabria, residente da molti anni in Trentino e da sempre legato alle comunità arbëreshe molisane e ai temi dell’identità, della memoria e dell’emigrazione. Ci sono libri che si leggono con gli occhi e libri che si leggono con il cuore. I giorni dell’arrivederci di Carmine Abate è un libro che appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Una storia intensa e delicata che racconta l’emigrazione non attraverso i numeri, le statistiche o le grandi vicende collettive, ma attraverso lo sguardo limpido e vulnerabile di un bambino costretto a lasciare il proprio mondo. Il piccolo Giorgio vede spezzarsi, uno dopo l’altro, tutti i legami che danno sicurezza all’infanzia: la sua terra, gli amici, la scuola, la casa, i colori della Calabria e, soprattutto, il nonno tanto amato, figura centrale dei suoi affetti e custode della sua felicità. L’emigrazione, che per gli adulti
rappresenta una speranza di futuro, per lui assume il volto doloroso della perdita. Ma il viaggio non finisce con l’arrivo in Germania. Il vero dramma si consuma quando il padre, convinto di fare la scelta migliore, decide di affidarlo ad un collegio in Trentino. È qui che il romanzo raggiunge le sue pagine più toccanti. Giorgio non vive quella decisione come un’opportunità educativa, ma come un ulteriore abbandono. Le rigide regole dell’istituto, le punizioni spesso percepite come ingiuste, la nostalgia che lo accompagna ogni giorno e il bisogno disperato di sentirsi amato e compreso, diventano il peso invisibile che il ragazzo è costretto a portare sulle spalle. Carmine Abate racconta tutto questo con una scrittura straordinariamente umana: semplice, fluida, mai retorica. Le pagine scorrono con naturalezza, ma ogni capitolo lascia una traccia profonda. L’autore riesce a dare voce a sentimenti universali: la malinconia per ciò che si è perduto, il desiderio di appartenenza, il bisogno di essere accolti e la ricerca ostinata di un luogo da chiamare casa. Ciò che rende questo romanzo particolarmente commovente è la sua autenticità. Nessun personaggio è davvero colpevole. Nemmeno il padre, che pure provoca nel figlio una sofferenza enorme. Dietro le sue scelte si intravede il dramma di tanti genitori emigrati, costretti a sacrificare il presente dei propri figli inseguendo un avvenire che sperano migliore. È questa complessità emotiva a rendere la narrazione così
vera e dolorosamente vicina. Eppure il libro non è soltanto una storia di separazioni e ferite. È anche un racconto di amicizia, di legami che salvano, di ricordi che il tempo non riesce a cancellare. Nelle pagine finali emerge una consapevolezza preziosa: alcune cicatrici restano, ma possono trasformarsi in memoria condivisa e, talvolta, persino in riconciliazione. Questo romanzo è un inno alle radici, alla forza della memoria e alla resilienza dell’infanzia. Commuove senza cercare la commozione, emoziona senza artifici. Chiunque abbia sperimentato una separazione, una lontananza o il dolore di sentirsi straniero, troverà in queste pagine qualcosa di sé. Un libro tenero e struggente, che si chiude ma continua a vivere dentro il lettore. Perché la nostalgia raccontata da Carmine Abate non riguarda soltanto un luogo perduto: riguarda quella parte di noi che continua a cercare, per tutta la vita, la strada che riporta a casa.

















