
Forse non ci si riflette abbastanza ma una voce è tutto. La voce è un’esca per i ricordi, per le emozioni, è una porta che si apre con onestà sul mondo dell’altro. Ci sono voci che evocano periodi, felici o meno che siano, che ci accompagnano dall’infanzia, che sono di nonna o di ritornelli, di banchi di scuola o di feste, che fanno parte del nostro “ corredo” emozionale per necessità, ci sono voci che, purtroppo, non ascolteremo mai più, che ci hanno abbracciati e rassicurati per poi diventare silenzio. E la voce, molto spesso , è anche un indizio, una rivelazione.
La mia intervista a chi della propria voce non ha fatto solo un mestiere ma una leggenda, al noto attore e doppiatore Luca Ward, in scena sabato 13 e domenica 14 dicembre all’Ecoteatro di Milano con “ Il talento di essere tutti e nessuno” parte, inevitabilmente, proprio dalla voce. Potrebbe sembrare banale o scontato, visto che Ward è il doppiatore per antonomasia, ma la chiacchierata che piacevolmente rievoca una carrellata di nomi e volti noti, di ruoli, situazioni e scene di film leggendari, mi porta anche, come sempre accade nel corso delle mie interviste, in direzioni inaspettate ed inattese.
Signor Ward, si dice sempre, con il solito refrain, che gli occhi sono lo specchio dell’anima? La voce invece?
Per chi fa il nostro mestiere, la voce è uno strumento di analisi incredibile. Dalla voce riusciamo a capire chi abbiamo di fronte: è uno scandaglio e, nove volte su dieci, l’intuizione è quella giusta .Da una voce, e noi ne ascoltiamo tante, centinaia di voci di colleghi ma anche molte altre durante la giornata, quotidianamente, ci rendiamo conto se la persona che abbiamo di fronte è sicura o insicura, se addirittura fa uso di psicofarmaci.
Può raccontarci come nasce lo spettacolo Il Talento di essere tutti e nessuno, musiche di Jonis Bascir e testo e regia di Luca Vecchi, che si terrà all’Ecoteatro di Milano sabato 13 e domenica 14 dicembre? Il momento che preferisce?
Sicuramente quello che mi piace di più dello spettacolo è che durante il finale il pubblico si alza in piedi. Faccio teatro da tanti anni e non è una cosa che capita facilmente, scontata, anzi direi che è piuttosto rara. E’ uno spettacolo in cui mi metto completamente a nudo, è come se il pubblico venisse a casa mia per ascoltare il racconto del nostro mestiere. Troppo spesso il lavoro dell’attore è idealizzato, veniamo identificati quasi come dei supereroi e invece siamo persone comuni che hanno una vita trafelata, fatta di problemi, difficoltà, fragilità. Troppo spesso l’immagine che viene fornita del nostro mestiere è distorta, eccessivamente patinata. Come diceva Monica Vitti recitare è un gioco, un gioco che ci permette di entrare in tante vite: oggi sono un carabiniere, domani sarò un serial killer, si cambia pelle in fretta. Soprattutto abbiamo la fortuna di fare un lavoro che non è monotono: so cosa significa dover fare qualcosa di ripetitivo, tutti i giorni, di alienante, non ho fatto sempre l’attore. 

Il teatro è molto diverso dal cinema: tempi, pause, il contatto diretto e costante con il pubblico? Qual è il suo sentimento nei confronti del teatro e cosa le piace o dispiace del teatro di oggi?
Mi piace che devi essere certificato per farlo, devi studiare e non puoi assolutamente improvvisarti. Il cinema ti consente, con i vari ciak e anche grazie al montaggio di rimediare, di correggerti: in teatro questo non può accadere e non si può far passare per altro ciò che non lo è . E poi il teatro è vivace, ti permette di stare con gli altri e di staccarti per un po’ dal telefono. A teatro si formano gli attori. Il cinema e il doppiaggio non formano gli attori.
Prossimi lavori, progetti? Può anticiparci qualcosa?
Come spesso accade nel mio mestiere, non posso anticipare molto. Posso dire che è in uscita il prossimo 18 dicembre un film, Norimberga, in cui doppio ancora una volta Russell Crowe. Consiglio ai giovani di andare al cinema a vederlo perché racconta bene il periodo di riferimento, troppo spesso sconosciuto. Ho conosciuto Russell Crowe diversi anni fa: oltre ad essere un grande attore, è un uomo splendido che non ha mai frequentato l’Academy. Un dettaglio che ci accomuna: ho iniziato a 3 anni sul set, nei grandi sceneggiati della Rai, quando realizzavamo prodotti che ci hanno resi famosi nel mondo.
Una domanda a cui avrà risposto centinaia di volte ma con una virata diversa: ha dato appunto voce a tanti grandi personaggi, attori, ma tra tutti c’è un personaggio del passato che avrebbe voluto doppiare?
Avrei voluto dare la voce a Gesù. Ho fatto il provino per il Gesù di Zeffirelli a cui la mia voce piaceva molto ma ero troppo giovane e hanno scelto un altro doppiatore. Ho avuto il piacere di doppiare più di 1500 film e ciò che mi piace del doppiaggio è che si tratta di un sistema meritocratico, che non puoi farne parte perché sei amico di … Con la voce non si può barare, un po’ come con il teatro.
Le parole che Luca Ward non ha detto: a chi oggi vorrebbe dire qualcosa?
Non ho detto tante cose a mio padre perché l’ho perso troppo presto. Tante cose non dette, tante cose che non ha potuto ascoltare: sarebbe stato orgoglioso di sapere che oggi sono un punto di riferimento per il doppiaggio italiano. Tra l’altro all’inizio non ero bravo come doppiatore, poi con uno studio costante, ricordo che mi chiudevo in camera per ore, mi registravo e riascoltavo, ho ottenuto quello che desideravo.
L’intervista a Luca Ward si chiude qui ma poco prima di salutarci,l’attore aggiunge un ulteriore dettaglio sullo spettacolo che andrà in scena a Milano nel weekend. “ Vorrei che venisse evidenziato che il mio spettacolo non è un monologo. Il pubblico partecipa attivamente, sale sul palco, si mette in gioco, diventa protagonista. Così capita spesso anche di scoprire talenti. Mi è capitato che durante uno spettacolo, ho fatto doppiare James Bond ad uno spettatore: è stata una rivelazione, dizione e timbro di voce perfetti. Credevo fosse un professionista e invece era un camionista, un talento innato”.
La voce, ne avevo parlato in apertura di questa intervista: la voce che rivela, che racconta, che fa ricordare, che emoziona o rende malinconici. Un indizio che accompagna, scopre. Che certo non mente. Perché la voce è ciò che abbiamo dentro e per quanto sforzata, camuffata, adattata, si porta addosso sempre, inevitabilmente, ciò che siamo davvero.
Emilia Filocamo




















