Non è un legame marginale né recente quello che unisce pascolo, biodiversità e tutela ambientale. Al contrario, si tratta di una relazione profonda, ormai confermata da numerosi studi scientifici: l’allevamento estensivo, sebbene oggi rappresenti una porzione ridotta della zootecnia europea, svolge una funzione decisiva nella conservazione degli ecosistemi. Un modello produttivo spesso trascurato che, in realtà, si rivela essenziale per il mantenimento degli habitat naturali e della varietà biologica. Di segno opposto, invece, gli effetti dell’agricoltura e dell’allevamento intensivo, associati alla progressiva perdita di biodiversità.
È da queste premesse che prende forma la Masterclass “Biodiversità dei sistemi agro-pastorali”, organizzata nell’ambito della Scuola di perfezionamento per la pastorizia estensiva di Calascio, in Abruzzo. Il corso, articolato in due fine settimana – dal 15 al 17 maggio e dal 22 al 24 maggio – propone un percorso formativo che combina teoria e pratica: lezioni presso il Convento di Calascio e attività sul campo nelle aziende locali.
A coordinare la Masterclass è Tommaso Campedelli, ornitologo ed esperto in biologia della conservazione, che sottolinea come il ruolo del pascolo vada ben oltre una semplice funzione “meccanica”. «Ridurre il pascolo a una sorta di falciatura naturale sarebbe fuorviante», spiega. «Ogni specie animale interagisce con l’ambiente in modo diverso: cambia il modo di nutrirsi, di muoversi, di sostare. Questo genera una varietà strutturale del territorio che favorisce la presenza di molte più specie, vegetali e animali».
Un mosaico dinamico, dunque, in cui l’azione degli animali contribuisce a creare habitat diversificati, aumentando la ricchezza biologica. Non solo: il movimento delle greggi facilita anche la dispersione dei semi, dando vita a veri e propri corridoi ecologici. Un processo naturale che, sottolineano gli esperti, non è replicabile con mezzi meccanici.
Ma il valore del pascolo non si esaurisce nella biodiversità. La gestione sostenibile dei pascoli incide anche su aspetti cruciali della crisi ambientale contemporanea. Tra questi, il ciclo del carbonio: i prati pascolati contribuiscono allo stoccaggio di CO₂ nel suolo, migliorandone la fertilità e la capacità di trattenere acqua. Una caratteristica sempre più rilevante in un contesto segnato da eventi climatici estremi e dissesto idrogeologico.
Un altro elemento spesso sottovalutato riguarda la prevenzione degli incendi. Gli animali al pascolo riducono naturalmente la biomassa vegetale, limitando così il rischio di innesco e propagazione del fuoco. E in caso di incendio, le emissioni risultano inferiori rispetto a quelle di un’area boschiva, per via della minore quantità di vegetazione combustibile.
La Masterclass affronta questi temi in modo approfondito, includendo anche pratiche gestionali specifiche come il pascolo in ambiente forestale e l’utilizzo del fuoco prescritto per il recupero degli spazi aperti, una tecnica tradizionale oggi oggetto di rinnovato interesse. Non mancano inoltre riflessioni sul valore culturale del pascolo, sul rapporto con il paesaggio e sull’importanza di una produzione alimentare di qualità.
L’obiettivo del corso è chiaro: formare figure professionali capaci di coniugare conservazione della natura e attività produttive. Un target che comprende tecnici, studiosi e, soprattutto, allevatori. «Sono proprio loro – evidenzia Campedelli – i primi a dover essere consapevoli del ruolo che svolgono nella tutela del territorio».
Affinché questo modello possa consolidarsi, tuttavia, è necessario un sostegno concreto. Esperienze già avviate in Paesi come Francia e Spagna dimostrano che politiche mirate possono favorire lo sviluppo della pastorizia estensiva, semplificando gli aspetti burocratici e incentivando pratiche sostenibili.
La Scuola di Pastorizia di Calascio si inserisce in questo scenario come un laboratorio di innovazione e tradizione. Nel contesto dell’Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori promosso dalle Nazioni Unite, l’iniziativa punta a rilanciare il valore delle aree montane e delle cosiddette “Terre Alte”, offrendo strumenti concreti per affrontare le sfide contemporanee.
Il progetto nasce dalla collaborazione tra il Comune di Calascio, Slow Food Italia e D.R.E.Am. Italia, nell’ambito di un più ampio programma di rigenerazione territoriale finanziato dal PNRR. Un segnale di come, anche nelle politiche pubbliche, stia emergendo una maggiore attenzione verso modelli agricoli capaci di coniugare sostenibilità ambientale, sviluppo economico e valorizzazione culturale.
In un’epoca segnata da crisi climatica e perdita di biodiversità, il ritorno al pascolo – o meglio, a una sua gestione consapevole e innovativa – potrebbe rappresentare una delle chiavi per ripensare il rapporto tra uomo e natura.















