Oggi compie 53 anni uno dei singoli più amati, enigmatici e immortali della storia della musica: Life on Mars?, pubblicato il 22 giugno 1973 ma nato due anni prima all’interno di Hunky Dory, l’album che segnò uno dei primi grandi successi di David Bowie.
Cinquantatré anni. Un tempo sufficiente perché una canzone attraversi generazioni, cambi pelle, si trasformi in colonna sonora di vite intere. Eppure, ascoltando le prime note del pianoforte, tutto sembra sospeso in un presente eterno.
C’è qualcosa di profondamente romantico nella storia di Life on Mars?. Non soltanto nella sua melodia malinconica e maestosa, ma nel fatto che un gruppo di giovani musicisti, quasi tutti poco più che ventenni, entrò in studio senza poter immaginare di stare contribuendo alla creazione di quello che sarebbe stato considerato uno dei cento brani più importanti di tutti i tempi.
Al pianoforte sedeva Rick Wakeman, talento straordinario destinato di lì a poco a entrare negli Yes e a diventare uno dei più celebrati tastieristi della storia del rock progressivo.
Il suo contributo a Life on Mars è una lezione di eleganza: accordi ampi, dinamiche cinematografiche, un’introduzione che sembra spalancare le porte di un teatro prima ancora che inizi il racconto.
Accanto a Bowie c’era poi l’inseparabile Mick Ronson, molto più di un chitarrista. In questo brano il musicista di Hull svolse un lavoro di arrangiamento orchestrale semplicemente magistrale. Gli archi si muovono come onde emotive, amplificando ogni parola senza mai sovrastarla. Ronson si occupò anche delle texture create con il Mellotron, contribuendo a quella dimensione sospesa tra realtà e sogno che ancora oggi rende il brano inconfondibile.
A sostenere l’architettura sonora troviamo Trevor Bolder, con un basso essenziale ma profondamente melodico, capace di dialogare con il pianoforte e con le orchestrazioni senza mai cercare protagonismo.
E poi Mick Woodmansey, batterista raffinato, autore di una performance fatta di sensibilità e controllo, distante anni luce dagli eccessi del rock dell’epoca.
Sono gli Spiders prima degli Spiders from Mars, il nucleo creativo che stava accompagnando Bowie verso la sua definitiva consacrazione.
David canta come se osservasse il mondo da una distanza impossibile da misurare. La sua voce attraversa il brano con una miscela irripetibile di fragilità e sicurezza, mentre quello sguardo magnetico che il pubblico avrebbe imparato a conoscere, segnato per sempre da un pugno dell’amico George Underwood.
Per decenni Life on Mars è stata associata quasi automaticamente al Pianeta Rosso. Del resto, il titolo invita a immaginare scenari cosmici e visioni fantascientifiche.
Ma il brano è molto più terreno: è un ritratto surreale della società contemporanea e del senso di alienazione che può nascere persino nel mezzo dello spettacolo più scintillante.
Oggi, però, non è il giorno delle interpretazioni. È il giorno della celebrazione. Della meraviglia di quattro minuti che continuano a emozionare come la prima volta. Della perfezione che talvolta nasce quando talento, intuizione e giovinezza si incontrano nello stesso studio di registrazione.
Per molti la canzone è stata una compagna di viaggio. Per altri una consolazione.
Per qualcuno il sottofondo di un amore, di una perdita, di una rinascita. Per tutti, una delle prove più luminose di quanto la musica possa diventare eterna. Grazie David!












