Tornato al centro del dibattito politico e mediatico, il lupo divide l’Italia. Dopo mezzo secolo di tutela che aveva salvato dall’estinzione il Canis lupus italicus, nel giugno 2025 un atto europeo di modifica della Direttiva Habitat ne ha sancito il declassamento: da specie “rigorosamente protetta” a potenzialmente cacciabile. Una decisione che i singoli Stati membri possono recepire o meno, e che ora è al vaglio anche del Parlamento italiano.
Tredici associazioni ambientaliste hanno inviato una lettera aperta agli organi di stampa per denunciare quella che definiscono una “battaglia asimmetrica” contro il lupo, alimentata – sostengono – da allarmismi, narrazioni distorte e strumentalizzazioni di singoli episodi. Nel mirino, una parte del mondo agricolo e venatorio, accusata di aver promosso un racconto in contrasto con dati scientifici e normative europee.
Il declassamento è stato contestato anche sul piano scientifico e legale: la rivista Science ha pubblicato una lettera di ricercatori che ne mettono in dubbio i presupposti, mentre sono pendenti due ricorsi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea che potrebbero ribaltare la decisione.
Le associazioni ricordano alcuni numeri: le predazioni del lupo inciderebbero per lo 0,07% sulla mortalità del bestiame ovicaprino europeo; in Italia tra il 2019 e il 2023 sono stati rinvenuti 1.639 lupi morti, con una media annua in crescita. Sottolineano inoltre che i sistemi di prevenzione, finanziati con fondi europei, restano poco utilizzati, e che il predatore svolge un ruolo chiave come regolatore naturale, contribuendo al controllo di specie come i cinghiali.
Secondo gli esperti, inoltre, la crescita delle popolazioni non sarebbe illimitata: nelle Alpi occidentali, dove la densità è prossima alla saturazione, il tasso di incremento si attesterebbe intorno a 1,04, smentendo l’idea di un’espansione fuori controllo.
Nel testo si richiama anche il valore simbolico e storico della tutela del lupo in Italia, avviata negli anni Settanta nel Parco Nazionale d’Abruzzo con l’“Operazione San Francesco”, in omaggio al Santo di Assisi e al celebre episodio del “lupo di Gubbio”.
Le associazioni chiedono ai media maggiore rigore e responsabilità nel racconto, ribadendo che il declassamento non equivale a una “licenza di uccidere” e che la convivenza resta l’obiettivo indicato dalle norme europee. Sullo sfondo, un dato globale: i mammiferi selvatici rappresentano appena il 4% della biomassa dei mammiferi del pianeta, contro il 96% costituito da esseri umani e animali domestici. Un equilibrio fragile che, avvertono, chiama in causa la responsabilità collettiva.












